Archivio perincipit e racconti

Sabrina (3)

di Adriana Iacono

Ora di cena 

I rumori del traffico coprono in parte le urla della mamma. Letizia piange e la mamma si dispera come al solito. Andrea, indifferente, gioca col suo mostriciattolo blu, gli morde la testa, gli stacca un orecchio. Gregorio ride senza motivo, sembra un pazzo certe volte questo suo fratello. Un pazzo con gli occhi lucidi e lo sguardo da folle, fa paura certe volte: quando li prende a schiaffi per niente o per farsi bello con la mamma che ringrazia improvvisamente dolce: bravo Greg, se non ci fossi tu Greg, come adesso che ha smesso di ridere e ha mollato uno schiaffo a Letizia. Leggi il seguito di questo post »

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Sabrina (2)

di Adriana Iacono 

Ora di cena  

I rumori del traffico coprono in parte le urla della mamma. Letizia piange e la mamma si dispera come al solito. Andrea, indifferente, gioca col suo mostriciattolo blu, gli morde la testa, gli stacca un orecchio. Gregorio ride senza motivo, sembra un pazzo certe volte questo suo fratello. Un pazzo con gli occhi lucidi e lo sguardo da folle, fa paura certe volte: quando li prende a schiaffi per niente o per farsi bello con la mamma che ringrazia improvvisamente dolce: bravo Greg, se non ci fossi tu Greg, come adesso che ha smesso di ridere e ha mollato uno schiaffo a Letizia. Bravo Greg, ben fatto Greg, se non ci fossi tu Greg, glielo canta lei il ritornello questa volta, detesta che sia sua madre a farlo, odia vedere quello sguardo compiaciuto. Bel lavoretto fratello, davvero. Leggi il seguito di questo post »

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Il pianto rivelatore

di   Adriana Iacono

Eccolo di nuovo. Proprio qui, qui sopra la stanza da letto. Lo sentite? Lo sente signora Ramirez? Macchè, nessuno sente niente in questo condominio. Eppure strilla tutta la notte e di giorno anche. Vuole farmi impazzire. Vogliono farmi impazzire tutti.Ogni mattina glielo grido dal pianerottolo: fate smettere questo maledetto bambino! E loro: quale bambino Maddalena? Fanno  finta di non capire. Gli sposini, mi salutano per le scale: buon giorno Maddalena, tutto bene? Lei con quella faccina pallida, sorride perfino, è convinta di tenermi buona con pagnotte e torte di mele. Ma la dovranno piantare prima o poi. Come va oggi Maddalena? Con la vocina di gatta ammaestrata. Ma come può andare a una povera vecchia malata che non dorme da settimane? Lo so, lo nascondono, negano, ma io lo sento ogni notte e riconosco un pianto di bambino disperato. Oh, se lo riconosco! Leggi il seguito di questo post »

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Distanze [titolo provvisorio]

di Mirfet Piccolo

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Ha le mani ferite ma non le vede, in questo ospedale affollato di gente che lui non distingue, solo una nube tutta intera e densa e bollente come il liquore che impregna il suo corpo dentro e tutt’attorno. Però è caldo, sente, qui dentro è più caldo perchè fuori è bianco e c’è il gelo, e lui sente questo gelo schiaffeggiarlo con rapidità, sente il suo insinuarsi malvagio tra la barba e le rughe ogni volta che la porta dell’ospedale viene aperta e chiusa, ad irosa intermittenza, proprio di fronte a lui. Forse, pensa d’un tratto, è lui ad essere di fronte a quella porta, e non la porta di fronte a lui, manco fosse quella dell’inferno, perchè qualcuno disse, E le porte del cielo si apriranno, per poi precisare, O quelle dell’inferno.

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Lettera di Sabrina

di Rossella Garofalo

Caro Andrè

oggi è veramente una giornata stupenda. Non manca proprio niente. La nebbia, il cielo cupo, la pioggia che continua a cadere, l’umidità che mi fa rabbrividire e bagna ogni cosa in questa città che è triste come me. Fa freddo. Ho camminato da sola per non so quanto tempo in attesa del verdetto. Poi mi sono infilata in questo bar per nascondermi dai curiosi e dai giornalisti. Il tuo avvocato mi ha dato la fotocopia della dichiarazione che ha letto per te in Tribunale. In aula non riuscivo proprio a seguire il filo dei tuoi pensieri ma ora l’ho letta con molta attenzione.

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Sabrina

incipit.jpg   di Adriana Iacono

Sabrina prende il quotidiano e lo passa alla madre. Sulla prima pagina c’è scritto 4 novembre 1979. Quella data la ricorderà per sempre, anzi la cancellerà per sempre.

Il fratello la incalza, le dice di sbrigarsi, lei, bambina ubbidiente, fa quello che le viene detto. In un automatismo privo di coscienza razionale raccoglie altri fogli di giornale, prende le borse di plastica, porge una copertina di lana. La sua bambola giace per terra, abbandonata, un momento fa era tutto il suo mondo, la cullava la teneva stretta la pettinava, adesso la ignora. Esce dalla cucina, vuole dimenticare, ma le urla le sono rimaste attaccate alle orecchie, le ronzano nella testa, creano un mulinello nel quale si perde, una vertigine. Si chiude le orecchie con le mani poi si tappa la bocca a soffocare un grido, chiude gli occhi mentre esce dalla stanza di corsa. Non vuole più vedere, non vuole più sentire, non vuole più parlare. Vuole diventare cieca sorda e muta, anzi lo sta già diventando. La voce rimane attanagliata nello stomaco. I singhiozzi della sorella le scoppiano nella testa, si tappa le orecchie con forza rabbiosa, finché il gemito si spegne in un lamento e il lamento diventa silenzio. C’è un angolo buio del corridoio che raccoglie tutte le sue paure, si rannicchia sul pavimento, riceve l’abbraccio freddo della parete. Piange, finalmente, consolata dai muri scrostati, protetta dall’oscurità. Piange un pianto sordo cieco e muto, un pianto senza lacrime, che non fa rumore. Leggi il seguito di questo post »

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e voi cosa ne pensate?

In tutto questo tempo, da quando cioè Giulio ci ha accolti nel progetto, da quando una lista di nomi, i nostri, si è trasformata in un gruppo abbiamo lavorato, ci siamo posti domande e dato risposte, abbiamo anche scritto.
Oggi abbiamo deciso di cominciare a rendere pubblico ciò che stiamo facendo iniziando proprio dall’incipit.
Di incipit ne sono stati scritti più di uno, ad essi è seguita una discussione, discussione che allegherò alla fine del post, tra questi c’è anche il mio, ed è quello che segue.

Incipit di Lucia Marchitto

Oltre il vetro altre finestre si affacciano sulla via, sul fondo della pattumiera giacciono le bucce delle tre patate, alcuni pezzi di cipolla anneriti, una carota raggrinzita e piena di muffa, una scatola di latta di cui non ci è dato di sapere cosa contenesse, spegne il fuoco, la pentola smette di borbottare, la tavola è apparecchiata, nell’acquaio giacciono un mestolo, un cucchiaio, un coltello.
Oltre il vetro la luce va oscurandosi e il cielo non si vede ora come non si vedeva prima, soltanto si può immaginare che il sole stia calando.
Solleva la testa dall’acquaio, fissa gli occhi sulla finestra, due occhi verdi che scrutano oltre il vetro, forse sta pensando a una casa in mezzo alla neve, ai bambini che corrono lasciando piccole orme scure e silenziose. Forse sta pensando … pensiamo, ma non ci è dato di sapere. Leggi il seguito di questo post »

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