001. Il progetto

di giuliomozzi

Ho incontrata una storia

Incontrai quella storia che poi, per abitudine, presi a chiamare “il caso Carmichael”, l’8 novembre del 1999, leggendo un articolo apparso nel quotidiano regionale Il Gazzettino. Ritagliai l’articolo, come faccio spesso, e lo misi in una cartelletta. La storia era semplice e terribile.

Andre, un ragazzo di ventitre anni, afroamericano, sposato e padre di cinque figli (tre portati in dote dalla moglie Bronzetta, due figli della coppia), essendo stato dato in affidamento e adozione all’età di quattro o cinque anni, decide di riprendere contatto con la madre. Ne parla con la sorella maggiore Sabrina (c’è anche un fratello maggiore di tutti, Gregory: è in carcere), che ha mantenuto con la madre qualche contatto. Va a visitare la madre (Madely Carmichael), portando con sé una delle figliolette. Alla vista della bimba Madelyn (che abita in un monolocale quasi senza mobili, con le sue poche cose ammucchiate in scatoloni) dà in escandescenze. Una zia (o una vicina di casa di Madelyn: non l’ho mai capito bene), chiede ad Andre notizie di sua sorella Latanisha. “Non ho una sorella di nome Latanisha”, dice Andre. “Ma sì, dài, tua sorella gemella, Latanisha, quella che tua madre mandò poi da quei parenti lontani…”. Andre si precipita da Sabrina. Sabrina ha nove anni più di lui, ricorderà i fatti megli di lui. “Dimmi cos’è successo”. “No, sono cose brutte”. “Dimmelo”. “Va bene, te lo dico: ma tu giura, scrivi su questo foglio di carta che giuri, che non dirai mai a nessuno quello che ora ti dirò”. Andre scrive, firma. Sabrina racconta: quando erano piccoli, piccolissimi, Latanisha morì. Ammazzata di botte. Da Madelyn. Con Gregory che le dava man forte. O soffocata dalla minestra mentre la picchiavano. Chi può dirlo? La violenza era roba di tutti i giorni, a quei tempi. Tempi passati. Passati. “E che hanno fatto di Latanisha?”. “La mamma l’ha impacchettata. Carta di giornale, coperte, sacchi di plastica. L’ha messa in una scatola. La scatola era nell’armadio a muro. Ti ricordi, che non voleva che aprissimo l’armadio a muro?”. “Ma poi ha cambiato casa”. “Sì, certo. Ha anche abitato a casa mia, per un po’. Sempre con la sua scatola appresso…”.

Andre straccia il foglio con la promessa di silenzio. Prende Sabrina per un braccio e la trascina alla polizia. Mezz’ora dopo, la polizia fa irruzione nell’appartamento di Marilyn. La donna cerca di impedire col corpo l’accesso a un armadio. La scostano. Nell’armadio c’è Latanisha.

Se avete data un’occhiata all’articolo del Gazzettino che citavo prima, avrete visto che la storia non è raccontata con così tanti particolari (i miei dialoghi, sia chiaro, sono immaginari). Ed è anche un po’ diversa. Infatti, qualche mese dopo quell’8 novembre 1999, la storia mi tornò in mente. E decisi di approfondire. Frugai negli archivi dei giornali statunitensi (soprattutto del New York Post e del New York Times, naturalmente), e trovai parecchi articoli. Scoprii che la storia aveva fatto il giro del mondo. Ne trovai tracce in giornali brasiliani, tedeschi, turchi, indiani. Seppi da amici che ne aveva parlato il telegiornale di Canale 5 (scrissi per avere il servizio - pur immaginando che fosse tutto costruito con immagini di repertorio - ma non ebbi risposta). So che recentemente è stato pubblicato negli Stati uniti un libro che racconta alcuni casi giudiziari celebri: tra questi il “caso Carmichael”.

Esercizi di racconto, etica del racconto

Usai la documentazione sul “caso Carmichael” in numerosi laboratori di scrittura e narrazione. Tra i tanti “casi” sui quali ho raccolta documentazione negli anni, questo si rivelò il più interessante. Non solo perché la semplice lettura della documentazione mette istantaneamente in moto l’immaginazione dei partecipanti al laboratorio. Ma anche perché (e questo m’importa non poco) prima o poi delle domande vengono fuori. “Ma perché raccontiamo questa storia? Che senso ha trasformare in racconto d’invenzione la storia di queste persone? Con quale diritto ‘usiamo’ questa storia? Quale scopo può avere la nostra scelta di raccontarla?”. E’ bene che queste domande vengano poste.

Anch’io mi confrontai direttamente con questa storia, scrivendo un racconto intitolato Dichiarazione alla giuria: che, per “collaudarlo” pubblicai prima nel newsgroup it.cultura.libri, poi nella rivista Inchiostro, e infine nel libro Fiction, uscito presso Einaudi nel 2001. La risposta alle domande di cui sopra stava, in questo racconto nel quale ho finto di essere Andre Carmichael, in questa frase: “Mia madre, dicono tutti, non amava sua figlia, mia sorella: la prova è che l’ha uccisa. Io dico: mia madre amava sua figlia, mia sorella, e la prova è che ne ha conservato il piccolo corpo presso di sé, che non ha allontanato da sé la sua colpa, che non ha allontanato da sé la persona amata”.

Teatro?

Nel corso dei numerosi laboratori nei quali si lavorò sul “caso Carmichael” mi resi conto che probabilmente il modo più adeguato di raccontare questa storia era il teatro. Tutti gli esperimenti e progetti di racconto, poesia, romanzo, non sembravano per niente soddisfacenti. Nemmeno del mio racconto che ho appena citato sono particolarmente soddisfatto. Invece, quando nei laboratori si metteva in moto - senza neanche bisogno che io la sollecitassi - un’immaginazione di tipo teatrale, spesso, pur con tutti i limiti di una cosa inventata e realizzata quasi sui due piedi, si arrivava a un risultato quantomeno suggestivo.

Io stesso ho concepito, nel tempo, un progetto che sta tra il teatro e l’installazione. Ma ve lo racconto un’altra volta, perché non è questo il momento. Non sto cercando consenso al mio progetto (sul quale ho non pochi dubbi).

Che cosa fare noi, qui, adesso?

Ma la vostra domanda, se siete arrivati fin qui, immagino che sia: “Bene, abbiamo capito che questa storia ti sta in testa da anni e anni. Abbiamo capito anche che sei in difficoltà: hai provato tante volte a raccontarla, hai messo in moto l’immaginazione di tante altre persone, ma finora niente ti ha soddisfatto. Ora: che cosa vuoi fare in, con questo sito?”.

La risposta è: voglio continuare a raccogliere immaginazioni, variazioni su questa storia. Per arrivare poi, magari, un giorno, alla stesura di un romanzo o di un progetto, a una messa in scena, che ne so, alla realizzazione di un film o di un musical o di una installazione. Per sperimentare una narrazione non solitaria.

Una narrazione non solitaria

Avrei potuto dire: una narrazione collettiva. Ma più che sottolineare il carattere “collettivo” della narrazione, mi importa sottolineare il fatto della “uscita dalla solitudine”.