Scheletro di famiglia
Quella che segue è la mia traduzione dell’introduzione di “Family Skeleton” il libro scritto da Sabrina e Andre Carmichael insieme alla giornalista Aurora Mackey. La citazione di G.B. Shaw l’ho aggiunta io.
If you cannot get rid of the family skeleton you may as well make it dance.(Se non riesci a liberarti dello scheletro di famiglia tanto vale farlo ballare)
I gemelli di tre anni, Andre e Latanisha, sono seduti sul tappeto davanti alla tivù quando Sabrina, la sorella di otto anni, ritorna a casa dalla scuola e si siede accanto a loro. Il fratello maggiore, Gregory diciassette anni, è vicino alla madre in cucina.
“Non hai compiti?” chiede la madre.
“Sì, ma’” sospira Sabrina.
“Perché non li fai allora?”
Sabrina sospira di nuovo e fa per alzarsi ma la madre e Greg improvvisamente si mettono a correre nella sua direzione. Sabrina si blocca, sicuramente li avrà irritati, forse ha sospirato troppo forte, invece si rende conto che non è lei che vogliono. Dietro di lei Greg ha afferrato Latanisha per le spalle. Poi anche la madre l’afferra e comincia a scuoterla con entrambe le mani.
Sabrina non sa che cosa abbia fatto Latanisha, che cosa li abbia fatti scattare. La sua sorellina adesso sta piangendo e la cosa fa arrabbiare ancora di più sua madre che prende a schiaffeggiare Latanisha e a colpirla sulla schiena e sulla testa mentre Greg la tiene ferma. È la prima volta che Sabrina vede Greg alzare le mani su Latanisha.
“Mi vuoi stare a sentire?” Grida la madre. “Mi senti?”
La madre e Greg sono entrambi chini su Latanisha ora, la schiaffeggiano come se qualcuno li incitasse e loro non potessero fermassi neanche se volessero.
Poi la madre alza il pugno. E’ un momento che resterà per sempre scolpito nella memoria di Sabrina come una scena registrata su un video e ripetuta costantemente alla moviola: le nocche descrivono un arco per aria e atterrano con uno scricchiolio sulla testa di Latanisha che si accascia sul tappeto con un tonfo sordo.
Andre e Sabrina sono ancora davanti alla tivù ma stanno entrambi guardando Latanisha in attesa di vederla rialzarsi o ricominciare a piangere. Sabrina è troppo spaventata per muoversi, ha il terrore che sua madre possa venire verso di lei, ma si rende conto, invece, che sua madre sta facendo la stessa cosa, anche lei aspetta che Latanisha si muova o riprenda a piangere.
La madre solleva Latanisha per le spalle e la scuote.
“Tish?” dice.
Poi la distende di nuovo a terra e le appoggia un orecchio sul petto. Sgrana gli occhi come se non credesse a quello che sente. Appoggia la bocca su quella della bambina e tra un respiro e l’altro dice a Greg di massaggiare il petto di Latanisha, di spingere quando glielo dice lei ma non troppo forte. Entrambi si danno da fare più volte, la madre che soffia dentro la bocca di Latanisha, che grida le istruzioni a Greg, che soffia di nuovo, fino a quando si fermano entrambi. Si alzano, guardano Latanisha poi vanno in cucina e cominciano a parlare sottovoce e a gesticolare. Improvvisamente la madre comincia a muoversi in fretta, va nella stanza da letto, poi di nuovo in cucina. Quando ritorna in soggiorno tiene un sacco nero della spazzatura in una mano e una piccola scatola bianca nell’altra. La madre e Greg non dicono una parola. Greg tiene aperto il sacco della spazzatura mentre la madre solleva Latanisha e ce la mette dentro, poi strappa la scatola per aprirla. Prima che Sabrina riesca a vedere la pioggia di palline bianche scintillanti sulla sua sorellina ne sente l’odore: il fetore mortale della naftalina. La madre arrotola il sacco della spazzatura per chiuderlo. Sabrina vede la linea della gamba di Latanisha, il suo ginocchio piegato che preme contro la plastica, come se la sua sorellina cercasse di liberarsi. Ma la madre non ci fa caso, va nella stanza da letto e ritorna trascinando il suo vecchio baule blu di metallo, quello che tiene sempre chiuso nell’armadio. Greg apre il lucchetto, la madre tira su il sacco di plastica lo mette dentro e chiude il coperchio. Insieme, la madre e Greg, trascinano il baule sopra il tappeto fino alla stanza da letto. Sabrina non sa che cosa le dia il coraggio di muoversi, di seguirli, ma lo fa e dalla porta della stanza da letto li vede spingere il baule nell’armadio. Ma c’è mia sorella lì dentro, pensa mentre sente la porta dell’armadio chiudersi.
Sabrina è già sgattaiolata davanti al televisore quando la madre e Greg ritornano in soggiorno e si siedono sul divano. La madre ha il respiro pesante, Greg strizza continuamente gli occhi come se qualcuno gli avesse puntato una torcia in faccia. Rimangono così a lungo, la luce tremolante dello schermo, Andre che si succhia il pollice, Sabrina con lo sguardo fisso in avanti, paralizzata.
Nessuno parla.
francesco detto
Il racconto non lascia ombra di dubbio. Non c’è nessuna minestra che va di traverso alla bambina, omicidio premeditato. No?
Il storia è stata già raccontata per come è, dal punto di vista di Sabrina, naturalmente. È raccontata non con la semplicità di una confessione,sgrammaticata ed emotivamente intensa, ma con arte narrativa, semplice e lineare, attraverso similitudini e improvviso spostamento dell’occhio “narrativo”.
Perché noi dovremmo allora scriverci sopra?
Per raccontare quello che non si sa, e quello che non si sa non sono i fatti ma le cose invisibili. Le cose invisibili non sono neanche, a mio avviso, le singole passioni o sentimenti che si scatenano dentro la famiglia. Ma ciò che non si vede è un’atmosfera, l’aria che si respira in casa, la dimensione emotiva e nervosa e comportamentale che pende sopra la testa dei singoli componenti della famiglia.
I fatti sono lì, e davanti a noi ci sta anche la passione che scatena il fatto. Manca la dimensione intellettuale e metafisica (non so proprio come dire), astratta, intangibile e i-scrivibile che si vive dentro la family.
Scrivere su questa storia non significa riportare a piè di pagina una interpretazione o una descrizione alternativa del fatto; ma estrapolarne il timbro, l’ambiente incorporeo che sta dentro i singoli individui, e che nasce soprattutto dopo l’omicidio.
carmichaelcrew detto
quando abbiamo cominciato a scrivere su questa storia, ormai più di un anno fa, ci siamo interrogati su come esprimere il silenzio opprimente e devastante di un segreto durato vent’anni. Se ancora siamo qui è perchè stiamo ancora cercando quella chiave, quel timbro, come dici tu.
Adriana
adriana iacono detto
Ho corretto e migliorato elimiminando qualche refuso. Ho mantenuto sintassi e lessico quasi intatti per conservare “l’arte narrativa semplice e lineare” (grazie Francesco) dell’originale.
francesco detto
ora, Adriana. Fino a qualche giorno fa ho letto la cronaca di un omicidio: la madre a battuto la figlioletta perché non ne sopportava più il pianto e perché era stata resa isterica e nervosa dal litigio col suo compagno. Credo che per certi gesti non ci sono altri motivi che la pulsione irrazionale e irrefrenabile di non sentirsi più utili e necessari per qualcun altro che succhia la vita costantemente, in totale dipendenza. L’assenza di affetto materno, magari , l’assenza per attimi di disperazione dell’amore materno, è letale. Il problema è (mi chiedo): con quale bagaglio emotivo si cresce quando la realtà quotidiana (e la nevrosi) ammazza la garanzia di un amore incondizionato tra madre e figlio: come si vive quando la sostanza civile di una nazione (che è madre) non garantisce più una giustizia (amore) incondizionata? I figli con quali prospettive emotive, sentimentali, ideali crescono?
adriana iacono detto
domandina da niente, la tua. Comunque basta guardarsi intorno per vedere con quali prospettive emotive, sentimentali, ideali crescono le nuove generazioni, e percepire il clima di deriva in cui viviamo.