La Collezione di Betty IV Parte - di Gianpaolo Borghini
Sono andata verso quei lampeggianti, pur non sapendo se era la direzione giusta C’erano tre macchine della polizia e un’ambulanza. Un agente bastava a tenere a distanza i curiosi, attirati dalle luci intermittenti blu come le falene dai lampioni. Solo dopo essermi aggiunta ai curiosi mi sono resa conto che ero al 94 di Rockaway Parkaway, l’indirizzo che aveva scritto il farmacista.
Con questa consapevolezza ho subito pensato che Madelyn avesse fatto quello che desideravo fare io e che l’ambulanza fosse lì per portarne via il cadavere. Poi il lettino è arrivato e sopra c’era la stessa donna che avevo visto in farmacia. Ma invece di rimanere rigida nella morte si dimenava enormemente. E urlava parole sconnesse, senza significato apparente. Inveiva contro qualcuno che non doveva essere lì a sentirla o che nemmeno esisteva. Era evidente che qualcosa non andava in lei, ma non aveva nemmeno pensato di uccidersi.
In quei momenti incerti, mentre aspettavo di vedere se sarebbero scesi con quella donna sul lettino, avevo provato una profonda invidia per lei. Dopo averla vista non la invidiavo più. Me ne sono andata, sicura che dovevo trovare una soluzione diversa per quell’ultima scatola.
Invischiata profondamente in questo problema pratico, ho cominciato a vagare incerta, come sperduta in un mondo al quale sentivo di appartenere sempre meno. Il tempo ha cessato di essere una convenzione, per diluirsi, sfilacciarsi, confondersi con un brodo primordiale intossicato da microrganismi velenosi.
Dopo un’ora, forse due di vagabondaggio senza scopo, mi sono ritrovata davanti al portone da dove era uscita Madelyn, con il dubbio di non essermi mossa da lì. Qualcuno stava ancora osservando il transito di poliziotti indaffarati e inquilini spauriti.
Fra i curiosi che speravano di partecipare a qualcosa di trucido, mi è rimasto nella memoria solo un uomo. Non sembrava essere lì per caso o, comunque, per motivi più importanti della semplice curiosità. Mi colpirono le lenti dei suoi occhiali da vista: erano molto appannate, tanto che non mi spiegavo come potesse vederci. Portava una macchina fotografica al collo, una di quelle da fotografo. Forse era questa a dargli un’aria diversa, resa più seria dall’arnese elettronico penzolante dal collo.
Ho pensato che si trattasse di uno di quei fotografi perennemente alla ricerca di uno scoop, di uno scatto da prima pagina. L’ho immaginato davanti a casa mia, quando sarei stata io ad attirare i curiosi. Magari sperando di portarsi via l’immagine del mio corpo livido, privato dell’anima, con una densa schiuma biancastra a riempirmi la bocca.
Dopo un po’ è svanito.
Credo che sia riuscito a entrare nel palazzo e, forse, a catturare quelle immagini che l’avevano portato in quel posto.
Nel ritorno a Manhattan non ho sentito nessun trionfo, stavolta, ma un vuoto più spesso di quello abituale.
Cliff stava mangiando del pollo fritto, seduto sul divano, guardava una partita di football in TV. La voce alterata del commentatore arrivava sgradevole fino a me, che mi ero fermata a osservarlo dall’ingresso.
- Betty sei tu? – mi ha chiesto
- Si Cliff, sono io –
Poi ho aspettato qualche istante, per dargli la possibilità di chiedermi come stavo. Per vedere se, dopo aver abbassato un po’ il volume, mi avesse offerto un po’ del suo pollo.
Mi sarei accontentata che si fosse interessato, un minimo, alla mia giornata. Ma una squadra ha fatto touch down e a lui è caduta una coscia unta sul tappeto dall’emozione. Sono andata in camera mia e ho chiuso la porta a chiave.
Solo dopo ho pensato a Vanessa, mia figlia. Ma non avevo più l’energia necessaria per uscire a vedere se era in casa e, anche se l’avessi trovata, non avrei saputo cosa dirle. Ho sempre odiato dover interagire con chi ti ignora per il piacere di ferirti. E lei lo faceva in modo sistematico con me. Lo faceva anche con Cliff, ma a lui non importava. Non avrei saputo dire come fossimo arrivati a quel punto, che cosa fosse stato a scatenare questa rabbia muta in lei.
Un tempo, fino a che Vanessa è stata bambina, non andava così male fra di noi. Ci deve essere stato un momento in cui i nostri rapporti hanno cominciato a deteriorarsi. Un momento che non ho saputo riconoscere. E poi tutto è rotolato, acquistando sempre più velocità, come un masso attirato dalla gravità. Ora non posso più recuperare è troppo tardi anche per questo, ormai.
Due giorni dopo eravamo a cena dai White. Capitava ogni tanto che ci invitassero, sempre la domenica sera. Cliff aveva accettato l’invito senza nemmeno chiedere se mi andava. Certo George White era il socio di Cliff e sua moglie Amanda era mia amica, ma avrebbero potuto almeno chiedermi se ero d’accordo. Non lo avevano fatto e io non avevo sollevato nessuna questione particolare. Come sempre mi ero tenuta tutto il disagio per me.
I White abitavano nella zona di Broadway, vicino ai teatri e dovevamo prendere un taxi per andarci. Di solito, nell’ultimo tratto, mi piaceva guardare fuori dal finestrino le insegne degli spettacoli. I nomi, costruiti con centinaia di lampadine colorate, mi affascinavano come fossi stata una bambina. Ma quella sera ero rimasta immersa nei miei pensieri per tutta la corsa, non ricambiando nemmeno la stretta di mano che Cliff mi aveva tenuto. Nel suo linguaggio muto significava che quelle ore le dedicava soltanto a me, anche se io non glielo avevo chiesto. Lui non capiva che avrei avuto bisogno di lui sempre e non solo quando trovava il tempo di rivolgermi la sua preziosa attenzione.