varianti e altre storie
Undici variazioni sul caso C. Variante decima
- Cosa bevi?
- Rum.
- Quale preferisci?
- Zacapa.
Il banconista era giovane, capelli corti, maglietta nera.
- Fa freddo stasera.
- È gennaio.
Versò il rum nel bicchiere, era allegro, ascoltava il jazz. Il cliente lo prendeva liscio il rum, senza ghiaccio, e non lo diluiva: aveva amato una donna che beveva gin e vodka, una donna a cui non piaceva guardarsi allo specchio.
- Dove abiti?
- A due passi da qui.
- Avevo un amico che abitava a due passi da qui, teneva l’albero di natale dodici mesi l’anno, lo lasciava luccicare dietro il vetro e poi si fumava un po’ d’erba afghana rileggendo Sartre.
- È morbido, caldo – disse il cliente, - un’armonia di suoni.
- È una delle migliori marche.
- Prezioso, direi.
- Un giorno due ragazze si sono sedute a quel tavolo laggiù, e si sono scolate non so quanti bicchieri di rum e pera, e ridevano, ridevano tra loro, sembravano due amanti, che donne!
- Non c’è nessuno ancora.
Il locale era vuoto, il pavimento lucido, l’aria troppo pulita.
- Ancora è presto.
- È piovuto e c’è freddo.
- E come ti va?
I liquori brillavano sopra la mensola, il bicchiere di vetro trasparente, il sottobicchiere umido.
- Conosci Art Tatum?, - chiese il banconista.
No, rispose il cliente.
- Non conosci Art Tatum!
- No.
- Cazzo!
- Chi è?
- Un nero, uno che se la filava a fare il jazz. E Gould, dimmi, Glenn Gould lo conosci?
- Un altro jazzista?
- A modo suo …
- Cosa faceva?
- Aveva una passione per i reagenti chimici, come Pastorius.
- Chi è Pastorius?
Nel locale entrò una ragazza e un ragazzo, con loro anche una folata di vento e freddo e pioggia.
- Per cosa vale la pena vivere? – chiese il cliente, e ricordava quando sua moglie era un po’ matta, s’agitava sopra il tavolo della cucina e cantava a braccia aperte l’Opera lirica.
- Per la propria donna – rispose il banconista.
Diceva bene lui, la cui donna aveva capelli dorati e spicchi di mandarino per labbra. Per cosa vivere, chiedeva ancora il cliente, col bicchiere di rum in mano. Una donna sarebbe stato poco, diceva. L’amore non può dare la felicità.
- Vivere per spassarsela - disse il banconista.
Diceva bene lui, che aveva una donna bella come la luna d’agosto.
- E poi? – disse il cliente, - ne avrai a noia anche di quello. Quando sei finalmente un uomo e potrai stare solo, per cosa continueresti a vivere?
Il banconista disse che voleva viaggiare e voleva essere ricco, e con la sua donna, tenera come la notte, avrebbe girato il mondo.
I sogni invece per il cliente erano vapori bizzarri da tenere in conto nel dormiveglia, perché solo in sogno facevano stare bene, in compagnia delle nuvole.
- Conoscevo una donna che aveva perso il figlio, - aggiunse il banconista, - e voleva morire. E per non togliersi la vita andava al cimitero, ogni giorno. Era diventato una seconda casa, ma non bastava più; di notte era come se sentisse la voce del figlio che l’angustiava e rischiava d’impazzire. Così una notte la donna dissotterrò il cadavere del piccolo e se lo portò dentro casa, lo seppellì nel giardinetto e vi piantò sopra un albero di limoni.
- La mia donna, invece, non faceva niente durante il giorno, - disse il cliente, - dormiva e beveva, non usciva di casa, viveva lì dentro come fosse stata in carcere. Ci sono stati giorni in cui la vita non contava nulla per lei. Sospettava, di tutti. Correva al di là della barricata, tra la vertigine e la depressione.
- E ora? - chiese il banconista.
- Ora s’è fatto tardi.
Un ragazzo e una ragazza seduti dentro il locale si tenevano per mano, facevano gli innamorati, col brutto tempo che c’era fuori. E il cliente, con tutto il brutto tempo che c’era fuori, sentiva la propria esistenza attaccata ancora alla propria donna; ma il mondo era diventato opaco, e lui più simile a un fantasma che attraversa inconcludente cose, oggetti e corpi.
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