Undici variazioni sul caso C. variante nona
- E poi …
- La realtà è fiction – dice lei.
- Abitavano insieme tutt’e quattro e il padre non c’era mai, era una mezza checca, andava in giro ad ammazzare gatti e poi li vendeva ai ristoratori per pagarsi l’affitto di casa. E lo sai che faceva la madre per vivere? Il figlio più grande le trovava i clienti, e quando gli affari andavano male se la prendevano con gli altri due.
- Veramente?
- Puoi immaginare.
- Non ci credo.
- Gli assistenti sociali le hanno tolto il figlio più piccolo e lo hanno dato in adozione, e poi considera che col tempo il maggiore è finito in prigione, la ragazza s’è sposata a sedici anni, la madre è rimasta in casa da sola a fare quello che ha sempre fatto.
- Non ci credo.
- È così.
- Come lo sai?
- Lo hanno detto.
- Ma sei sicuro?
- Sì.
- Mmm…
- Tutto è venuto a galla dopo che hanno trovato la cassetta dentro l’armadio. Uno dei figli ha raccontato tutto, della sorellina gemella e tutto il resto che ti ho raccontato.
Lei lo ascolta e poi cambia espressione, come se avesse sentito la presenza di qualcuno che coricato insieme a loro due, e li osserva, e lei dice:
- Se ci fosse qualcuno che ci spia?
- Cosa?
- Ho sentito dei rumori.
- Non ho sentito nulla.
- Ascolta …
Stanno tutt’e due muti guardandosi negli occhi, il maschio e la femmina, sotto le lenzuola.
- C’era qualcuno …
- Domattina cosa fai?
- Non hai sentito?
- La solita storia?
- Sei troppo ingenuo.
Lui si alza, s’affaccia alla finestra, osserva fuori e guarda un muro grigio difronte, poi torna a letto.
- Perché mi chiedi di domani? – dice lei.
Lui alza le spalle, lei guarda il soffitto. Respirano leggermente, soffiano l’aria pesante sopra la faccia.
- Credi ai fantasmi?
- Quando sono a casa ho paura che qualcuno mi possa spiare. Mentre mi faccio la doccia, quando dormo, quando incontro qualcuno. Non credo ai fantasmi. Sento rumori, un chiacchiericcio, ed è come se qualcuno stesse commentando quello che faccio. Mi sento ridere dietro le spalle. Non puoi capire. C’è una coppia che sta sempre lì a dare il cibo ai gatti del cortile. Mi sento osservata, non li saluto neanche. Ho chiesto ad una agenzia di investigazione di bonificare l’appartamento, mi hanno chiesto una cifra esorbitante. Tu lo sapresti fare?
- Fare cosa?
- Vedere se ci sono radiospie, telecamere, cimici…
Lui la guarda e dice:
- Hai un bel bacino!
Lei sorride:
- Scemo. Non cambiare discorso.
- Parli sul serio?
- A dirti queste cose già tremo.
- Forse non dovevo raccontarti la storia della bambina.
- Come si diventa pazzi?
- Non ci pensare.
- Il pazzo è pazzo o diventa pazzo?
Lui le sorride ancora, fa una smorfia come un idiota e dice:
- Il pazzo dovrebbe essere già pazzo.
- Guarda, non sono paranoica. Le persone sono curiose. No senti nulla? quelle voci …
Lui le posa la mano sulle labbra, e ascolta una voce indistinta di donna.
- È la vicina di casa.
- Parla di noi?
- Parla al telefono.
- Chi è?
- È la vicina di casa che parla a telefono, vive sola e non mi spia, è gentilissima, stai tranquilla.
- Quando faccio la doccia a casa sento strane voci che vengono da sopra e qualche volta chiudo il rubinetto, sto in ascolto ed è come se anche loro si zittissero per non farsi sentire. Sento una presenza ed è come se qualcosa dentro di me cominciasse a tendere i nervi e perdo la serenità. Credi che sto impazzendo?
Lui le bacia la fronte, lei poggia il capo al suo petto, lui le accarezza i capelli folti come cespugli di more.
- Credi che abbia perversioni?
- Hai paura di qualcosa.
- Come ti sembro?
- Normale, normale.
- Dici?
- Ti sei impressionata!
- Un poco.
- Non ti fidi di nessuno.
- … è bello qui.
- Qui dove?
- La casa.
- Ti piace?
- Mi piace. La casa è piccola ma accogliente. Mi piace il quadro dell’ingresso. E poi qui non sarei sola. L’appartamento è luminoso, si possono contemplare i tetti della città. La coppia sopra casa mia è morbosa.
- E ti guardano mentre fai la doccia …
- Non ci credi?
- È assurdo!
- Non conosci niente di me.
Lui pensa un poco, fa la faccia pensierosa. Lei dice:
- L’altro giorno ho visto al bar un uomo e una donna e ti ho pensato. Lei parlava sempre e lui stava zitto. Era squallido. Mi ha ricordato come fai tu, che non parli mai delle tue cose. Vorrei anche io una casa come questa…
Stanno così un altro poco, senza dirsi niente di più, uno da una parte e l’altro dall’altra. Poi lui dice:
- È tardi, t’accompagno a casa?
- Penso ancora a quella storia che m’hai raccontato.
- Ci credi al perdono, al senso di colpa, a quelle cose lì?
- Non lo so.
Si vestono tutt’e due, lei senza guardarlo, lui di fretta. Lui l’aiuta a calzare gli stivali, lei gli chiede:
- Anche tu ti sei stancato di me.
- Anche io cosa?
Lei non glielo ripete, va verso l’ingresso, poi si volta e dice:
- Lo fai apposta.
- Non riesco a fare niente, neanche a farlo apposta.
- Lo fai apposta, invece, e mi giudichi.
- Forse, ma non è come credi.
- Mi mandi via così.
- Sono fatto male.
- E ti è bastato?
- A te è bastato?
Fanno silenzio, lui si guarda allo specchio, lei le dà le spalle e indossa il cappotto, ha gli occhi lucidi.
- Ti sta bene quel cappellino – dice lui.
- Sei bravo a dissimulare.
- Ti sta bene.
- Dovremmo parlarne.
- Bel cappelino rosso!
Escono di casa, la porta si chiude, il letto rimane sfatto, la stanza buia.
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