La Collezione di Betty – II° Parte – di Gianpaolo Borghini

Poi, come se la novità avesse subito smesso di essere interessante, i ragazzi hanno rivolto la loro attenzione ad altro. Le paure sono svanite; evidentemente avevano notavano solo la stranezza della mia figura per i loro occhi, nient’altro. Non sembravano avere nessuna intenzione bellicosa, almeno per il momento.

Per raggiungere la farmacia dovevo attraversare solo la strada. Avvicinandomi ho notato le vetrine protette da reti metalliche e una guardia armata con giubbotto antiproiettile come usciere. Fino a quel momento avevo solo sentito parlare delle zone di frontiera, continuamente pronte allo scontro, che si trovavano nella città con le stesso nome di quella dove avevo sempre abitato: New York.. Dove esistevano le trincee, anche se solo nella mente di quella parte di senza futuro che ci abitavano e della polizia del supersindaco Giuliani. Trincee che avevo visto nello sguardo dei ragazzi ispanici che mi avevano fissato.

Quel posto mi trasmetteva un senso di disagio, di freddo. Se non fossi già scappata da una farmacia a causa dell’ometto con il berretto alla russa, avrei di certo ripreso la metropolitana e non ci avrei più rimesso piede, per quel poco che mi rimaneva da vivere. Che sensazione strana poterlo pensare: “Quel poco che mi rimane da vivere”, pur non avendo nessuna malattia a giustificarlo, pur non essendo una sentenza emessa da un luminare dalla parcella esorbitante.

All’interno della farmacia c’erano una copia di mezza età, due donne bianche e un ragazzo di colore. L’unico minaccioso poteva essere il ragazzo, ma non sembrava il tipo che estrae una pistola. Finalmente ho potuto rilassarmi, ma non del tutto, mi aspettava ancora il ritorno sfilando davanti ai giovani in trincea.

Quando è arrivato il mio turno, mentre passavo la prescrizione al farmacista, qualcosa di ghiacciato mi ha sfiorato il polso. Una signora di colore, dietro di me, aveva fatto lo stesso. Il freddo veniva dal palmo della sua mano.

Si trattava di una signora sulla sessantina, con i capelli crespi, arruffati in un groviglio inestricabile, vestita con un soprabito leggero da pochi soldi. I suoi occhi erano pieni di una follia risentita. Ho scambiato uno sguardo interrogativo con il farmacista che, senza dire una parola, è sparito nel retro con entrambe le ricette.

Quando è tornato ha dato un sacchetto bianco alla signora di colore dicendo: “Questo è per te Madelyn. Mi raccomando, non esagerare con questa roba!”. Lei ha pagato con una banconota stropicciata ed è uscita trascinandosi una gamba. Poi ha dato un altro sacchetto a me.

La ricetta, come sempre, non l’avrei più rivista: per certe sostanze dalle controindicazioni letali ritirano la prescrizione, come bastasse per tenere a bada i peggiori istinti e quel desiderio di non essere più niente che mi porto dentro. Adesso non avevo più la ricetta a tenermi la mano, ma avevo molto di più, quello che speravo fin dall’inizio.

Dopo aver messo il sacchetto nella consueta tasca della borsa, mi sono diretta verso casa. La banda di ispanici non c’era più e la stazione non era cambiata. Piuttosto a cambiare era il mio stato d’animo. Tutte quelle facce, quei colori, quelle voci non avevano più nessuna importanza, non mi incutevano più alcun timore. Mi sentivo come in un luogo buio e deserto; in un limbo, dove la vita mi aveva già abbandonata.

Il rumore del treno in arrivo mi ha riportata alla realtà. Il mio cuore sospeso, ha ripreso a battere con regolarità. Il vagone non era vuoto e ho dovuto reprimere il desiderio di aprire il sacchetto, di imparare a memoria il nuovo nome per l’ultima volta.

Al ritorno nella mia zona tutto sembrava più pulito e in ordine del solito. Ho avuto l’impressione che i grattacieli di Manhattan fossero stati messi lì, uno di fianco all’altro, solo per la mia gioia, come fossero obelischi eretti da giganti in onore della gloria eterna di Betty. Sentivo di meritarmi tutto questo: “Ero riuscita a completare la collezione senza muovere il sospetto di nessuno, oppure no?”. C’ero riuscita eccome. Che ricordassi era la prima volta che portavo a termine qualcosa che desideravo sul serio.

Cliff era al lavoro e mia figlia a scuola o chissà dove. Le due donne di servitù non potevano entrare nella mia camera quando ero in casa, almeno che non lo disponessi io. Mi sono messa sul letto con l’intenzione di guardarmi, finalmente, quelle pillole che mi ero procurata con tanta fatica. Pensando magari di prenderle subito, assieme alle altre, con una bella bottiglia di gin. Mi bastava andare in salotto per prenderne una dal mobile bar: Cliff non sopportava di averne meno di quattro da aprire, in casa.

Le compresse erano tonde, gialline, con uno spacco nel mezzo. Leggendo il foglietto che le accompagnava ho scoperto che non si trattava del barbiturico che credevo, ma di un potente antidolorifico. Ho pensato, “ma cosa mi ha ordinato quell’imbecille di Lowrence?”. Sono stata sul punto di fregarmene e di mischiare antidolorifici e sonniferi, ma non potevo rischiare che il mio progetto si rovinasse. Probabilmente sarei morta ugualmente, ma la perfezione sarebbe stata in qualche modo turbata. Se lo avessi fatto dove sarebbe finita l’opera d’arte che stavo costruendo? Sono stata presa da un senso di frustrazione profonda e mi sono messa a piangere, come se le mie lacrime potessero trasformare quelle pillole in barbiturici. “Nemmeno ad organizzare la mia morte con precisione sono capace!”, ho pensato piena di amarezza.


2 Commenti »

  1. adriana iacono detto

    mi sembra decisamente più corposo della prima versione. Per corposo intendo più pieno, ricco, giustificato.
    ciao
    Adriana

  2. ciccio detto

    basta un periodo di questo genere per scoraggiarne la lettura, al di là purtroppo del contenuto. Almeno, io sono per la semplificazione, semplicità, essenzialità, leggerezza e precisione della punteggiatura, della sintassi e delle parole usate.

    “Fino a quel momento avevo solo sentito parlare delle zone di frontiera, continuamente pronte allo scontro, che si trovavano nella città con le stesso nome di quella dove avevo sempre abitato: New York.. Dove esistevano le trincee, anche se solo nella mente di quella parte di senza futuro che ci abitavano e della polizia del supersindaco Giuliani. Trincee che avevo visto nello sguardo dei ragazzi ispanici che mi avevano fissato.”

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