Undici variazioni sul caso C. Variante settima
In questa città c’erano molte case in pietra e cemento. Una strada la tagliava in due. Da una parte e dall’altra s’affacciavano i giardinetti recintati e i garage e i cancelli delle villette. All’ingresso della città c’era una stazione di rifornimento e un gran piazzale dove la notte sostavano i camionisti.
Di giorno il piazzale era sgombro, soffiava il vento e un rumore continuo di un’insegna penzolante. Al di là del centro abitato si scorgevano le montagne gialle e la polvere, erano lontane, erano basse.
Quella mattina un cane randagio avanzò al centro della carreggiata, si voltò a destra e a sinistra, come se annusasse qualcosa. Non abbaiava, era grigio. Si posò dinanzi al cancelletto di un giardino, s’accucciò. Il padrone di casa in quel momento era in bagno, aveva appena finito di radersi, s’accarezzava il viso con le mani umide di dopobarba. Sua moglie, sotto le lenzuola, dormiva; i raggi del sole penetravano attraverso la finestra e rischiaravano la camera d’una bionda luce rassicurante.
L’uomo in bagno era ispettore di polizia e indossò una camica azzurra, l’abbottonò fino al colletto e s’annodò una cravatta a strisce rosse. S’aggiustò il nodo davanti allo specchio e disse:
- Amore, lo sai, ti voglio bene …
- Lo so, lo so – rispose lei da sotto le lenzuola.
Aveva una voce impiastricciata, sporca.
- Quando torni?
- Lo sai come vanno queste cose …
- Non lo dimentico mai.
L’ispettore allacciò la pistola d’ordinanza sotto la giacca e s’abbassò sul letto per baciare la moglie. Ma lei era come se dormizze con la testa sotto il cuscino, o qualcosa del genere.
Uscendo fuori di casa, s’accorse del solito cane che riposava beatamente davanti al cancello. Avrebbe voluto chinarsi per fargli una carezza, ma pensò che fosse tardi e s’incamminò col sole alle spalle, come se stesse andando incontro al nemico.
La stanza era squallida. Al centro vi era un tavolo in legno e due sedie, l’una di fronte all’altra, bianche. In alto, sulla parete, si apriva una finestrella protetta dall’inferriata.
Quando arrivò, si fece consegnare da un guardia i documenti. Tra questi c’erano anche le foto della povera bimba, e alcune informazioni sui componenti della famiglia. Rivide il tutto velocemente e ripassò qualcosa sul conto della madre, Maddalena, incriminata d’omicidio e occultamento di cadavere.
Lei entrò accompagnata da un agente, l’ispettore rimise in ordine le carte dentro la carpetta, poggiò i gomiti sul tavolo e intrecciò le dita attendendo che la donna si accomodasse. La donna abbassava lo sguardo. La guardia scostò la sedia di sotto al tavolo e le fece segno di sedere. Lei si aggiustò un lembo del vestito e si pose difronte all’ispettore.
- Buongiorno, Maddalena.
Lei lo guardò, ma non disse nulla.
- È stanca?
Maddalena era bianca in volto, visibilmente provata, cominciò a fissare un punto indistinto sulla parete difronte. Le braccia penzolavano lungo i fianchi, il corpo immobile. L’ispettore chiese alla guardia di lasciarli soli, e s’alzò, si tolse la giacca e la distese in un angolo del tavolo.
- Allora? – continuò a dire.
Lei puntò gli occhi sulla fondina di cuoio da cui fuoriusciva il calcio nero della pistola.
- Oggi è domenica. Cosa fa la domenica?
Maddalena ritornò a fissare il punto indistinto della parete bianca.
Poi rispose, dopo una lunga pausa:
- Vado a messa.
- È cattolica? – chiese l’ispettore come se fosse una donna qualsiasi.
Lei annuì con stanchezza.
- E dove va a messa?
Non rispose niente.
- Va da sola a messa?
Abbassò la testa.
- Conosce il prete?
Nessun segno.
- È una cattolica praticante, insomma.
- E lei?, - rilanciò Maddalena a sorpresa.
- Io?
La signora tirò fuori un sorriso beffardo, sotto la tristezza degli occhi.
- No, non tanto, – rispose L’ispettore.
- Perché?
L’ispettore pensò che quello era un gioco sporco. Allora credette per un istante di essere crudele:
- Ha ragione – disse. – Sa, col mestiere che svolgo è difficile credere in Dio.
Lei lo fissò, evitandone lo sguardo, poi aggiunse:
- Chi fa molte domande, dovrebbe cercare le risposte esatte.
- Ha poca fiducia negli uomini?
- Lei ha figli?
- Perchè me lo chiede?
- Così.
- Così perché?
- Così.
L’ispettore s’alzò, fece un giro intorno al tavolo, poi risedette.
- È possibile che lei non sapesse niente? – aggiunse con tono di voce severo. Senza attendere una risposta che già prevedeva, cercò frettolosamente dentro la carpetta, prese un fascicolo, lo aprì, scelse una fotografia a caso, e girandone il verso gliela mostrò.
- La riconosce? – disse. – È stata trovata a casa sua, ricorda, dentro l’armadio. Lo sa cosa ha confessato suo figlio, lo sa?
- Chi?
- Non sa niente?
- Cosa?
- Che lei ha picchiato la figlia e ha nascoso il cadavere per vent’anni dentro l’armadio dentro una cassetta di metallo.
- Cosa vuole da me?
- Se non collabora con la polizia, rischia di trascorrere il resto della vecchiaia qui dentro. Cosa è successo quel novembre del 1979?
Lei abbassò il capo sul tavolo e vide la foto del corpicino deteriorato dal tempo. Gli occhi le si arrossarono, strinse con le mani il bordo del tavolo.
- Mi dica, lei ha figli? – chiese nuovamente la donna.
L’ispettore si risentì di quella domanda, cercò di trattenere la rabbia. E mentre era lì imponendosi un silenzio inquisitorio, immaginava la moglie che appena alzata andava nella stanza di Matteo. Pensò al figlio che aveva tre anni, e alla moglie, alla fortuna di avere una moglie come lei. A quell’età i bambini hanno bisogno che i grandi si prendano cura di loro. Se fosse capitato qualcosa, una disgrazia in casa non se lo sarebbe fatto perdonare mai. Sarebbe stato davvero imperdonabile.
L’ispettore cambiò tono di voce.
- Come sta? – chiese prendendole la mano, – Come si sente?
La donna ebbe un cedimento.
- Come giudica se stessa? – continuò a chiedere l’ispettore, come fosse stato un sacerdote.
Lei non era una buona madre. Non era mai stata niente, per nessuno. Sentiva ancora la voce della figlia che la chiamava, e non sapeva come fare, dove ritrovarla, dove sgravarsi di quell’urlo del cuore, dove nascondere la sua assenza. S’alzò dalla sedia, cominciò a rovistare tra quelle carte sopra il tavolo. L’ispettore le bloccò le braccia; lei gridò che Lavinia viveva ancora, era da qualche altra parte, l’udiva: e la vocina era un sospiro addolorato che la perseguitava come un branco di cani rabbiosi.