La Collezione di Betty di Gianpaolo Borghini

Di seguito la prima parte della Collezione di Betty:

Giravo da tre giorni con la prescrizione definitiva in una tasca del cappotto. Quella che avrebbe completato la collezione di sonniferi. Quella che le avrebbe fatto raggiungere l’indice di letalità che avevo programmato fin dall’inizio: una quantità bastante a sopprimermi almeno due volte. Dopo essermi decisa non volevo correre rischi: mai avrei potuto risvegliarmi ancora in questo mondo nero, come niente fosse successo. Non lo avrei sopportato e non avrei più avuto il coraggio di riprovarci.Come sostenere la vergogna, gli sguardi di compatimento dei conoscenti, le mezze frasi bisbigliate alle spalle, se le pillole non fossero bastate a soffocarmi definitivamente? Sapevo che non avrei retto alla condanna conseguente ad un fallimento.Dieci scatole per un cocktail più vario possibile. Una scatola al mese per non destare sospetto nemmeno nel dottor Lowrence, che prescriveva tutto come fossi stata davvero ammalata. In mio marito che urlava: “Scccccc….”, davanti a qualsiasi evento sportivo trasmettessero in TV. In mia figlia, che credevo avesse perso la capacità di articolare un discorso, visto che interagiva con me solo tramite occhiate e grugniti.Quella prescrizione in tasca, quell’obbiettivo quasi raggiunto, mi dava un senso di leggerezza gravosa, di attaccamento distaccato, di affanno disteso. Sapere che tutto il caos avrebbe potuto essere spento con così poco sforzo, ormai, mi generava dentro un sentimento somigliante alla serenità. Sempre che l’attenuazione dell’angoscia di vivere possa intendersi come serenità.Con le altre ricette ero corsa in farmacia dopo essere uscita dal medico e avevo messo il flacone subito al sicuro, nella borsetta. A lui avevo raccontato che non riuscivo a dormire, che le pillole precedenti non avevano avuto alcun effetto o che mi lasciavano imbambolata tutto il giorno. E lui prendeva il blocco e ci scriveva sopra il nome di un nuovo sonnifero, senza bisogno d’altro. Tutti nomi pieni di poesia, di tranquillità, di morte: ognuno avrebbe potuto essere il titolo di una lirica.Avevo cercato di fargli credere che ero attratta da lui e che quelle visite erano soprattutto delle scuse per incontrarlo. Quando entravo nell’ambulatorio alzava la testa con il lungo riporto impomatato e mi sorrideva raggrinzendo il volto affilato. Sapevo cosa dovevo fare, affinché non facesse domande indiscrete e per fargli scrivere un nuovo, poetico nome sul suo blocco. Ogni volta pensavo che mi avrebbe invitata ad uscire, anche solo per bere qualcosa, ma l’invito non è mai arrivato. Penso che sia stato più volte sul punto di farlo, ma poi, al dunque, ha sempre rinunciato. Forse per timidezza o per non rischiare con la vecchia e ricca moglie. Un donna queste cose le capisce senza sforzarsi.La prescrizione finale l’avevo in tasca da tre giorni e non mi ero ancora procurata la confezione. Veramente ci avevo provato subito, ma proprio davanti all’ingresso della farmacia c’era un ometto dal colorito biancastro e dall’aria curiosa che mi guardava fisso. Portava un cappello alla russa, di pelliccia, che gli dava un’aria ridicola, aumentata dal fatto che la temperatura non lo giustificava. Avrei riso di lui se non mi avesse scrutato con quegli occhi piccoli, da roditore. Sembrava che mi conoscesse, anche se a me non diceva niente di particolare e che sapesse lo scopo della mia visita in farmacia. Mi diede anche l’idea di sapere della collezione di pillole colorate: bianche, rosse, gialline, rosa che mi aspettavano nel fondo più remoto dell’armadio. Allora ho deviato e, fingendo che mi servisse della biancheria, sono entrata nel negozio a fianco.Quando sono uscita l’ometto con il cappello alla russa non c’era più, ma io non sono più andata a procurarmi il medicinale. Ormai mi sentivo come avessero scoperto il mio segreto, non avrei mai più potuto entrare in quella farmacia, dovevo andare da un’altra parte. Ho capito benissimo che si trattava di una bizzarra fissazione, ma le bizzarre fissazioni stavano diventando sempre più parte di me. O forse ho deciso così perché tenere quel foglietto addosso mi dava una vibrazione, un piacere sordo e lontano. Qualcosa di erotico, anche se odorante di cadavere.Ho deciso di provare in una farmacia sconosciuta, in una zona di New York dove non ero mai stata. Una mattina, invece di fare il solito giro per la spesa, sono scesa in una stazione della metropolitana e ho preso un treno. Mi ero sincerata che nelle vicinanze del punto di arrivo ci fosse una farmacia fornita.La stazione è risultata essere completamente diversa da quelle che avevo sempre visto nella mia vita. Questa era sì popolata di un’umanità varia, ma più sciatta, più povera di quella fatta di agenti di borsa e di gioiellieri ebrei che prendeva la “metro” vicino a casa mia. Mi sono sentita male, in quell’ambiente al quale non appartenevo.Stravaccati sul marciapiede, dopo l’uscita, c’erano una decina di ragazzi ispanici sui diciotto anni. Portavano dei pantaloni enormi e delle bandane colorate. Avevano quell’aria sfaccendata e arrabbiata che mi sarei aspettata in ragazzi di quel tipo. Un paio di loro si sono accorti di me e hanno cominciato a guardarmi. Una donna bianca, dal fisico minuto, con i capelli freschi di parrucchiere e un cappottino di misto cachemire color cammello, sembrava fosse una novità assoluta, per loro. Quegli sguardi mi hanno fatta sentire come un nuovo e raro animale nella gabbia di uno zoo.Guardando bene dentro di me, fra le varie paure scatenate da quegli occhi scuri, c’era anche quella di morire. Ma non stavo facendo tutto questo proprio per liberarmi del peso opprimente della vita?Ho cercato nell’orizzonte la figura rassicurante di un poliziotto, ma nessuna uniforme scura è arrivata a tranquillizzarmi.


6 Commenti »

  1. ciccio detto

    Lodevole il tentativo di scavare nelle sensazioni della protagonista, benché siano solo dichiarate, come in un lungo e intricato monologo. Ma in tante parole non emerge un’immagine, una rete di relazioni, un senso, un motivo in più perché si debbano comprendere certi ossimori virtuosistici.

  2. adriana iacono detto

    nonostante gli ‘ossimori virtuosisitici’ mi è sembrato più compatto e corente della precedente versione.

  3. Gianpaolo detto

    Ragazzi, scusate, sapete l’impegno e la vasta disponibilità e apertura a receperie ogni vostra preziosa osservazione che ci ho messo per questo testo. Al punto in cui ero mi è sembrato giusto mettere questa storia sul blog, non prima di avervi anticipato la mia intenzione, anche perché ormai non avrei saputo che altro farne, visto che non credo di poter fare meglio.
    Non riescono a piacere a tutti sempre dei grandi autori, figuratevi se ci riesco io, percui scusate ancora, ma questo, per me è la Collezione di Betty; vorra dire che morirà su questi pixel senza aver davvero emozionato o interessato nessuno, pazienza.

  4. adriana iacono detto

    Scusa Gianpaolo ma chi ha detto che non ha interessato o emozionato nessuno? Io avevo già dato un parere positivo nella prima versione e adesso ho commentato dicendo che il racconto è migliorato. Se il tuo disappunto nasce dal commento di Ciccio, non dovresti farne un dramma infatti credo sia contro la sua natura dare segni di apprezzamento.

  5. Gianpaolo detto

    Nessun dramma, Adriana. Ciccio lo conosco, cioé conosco le sue reazioni in questo blog e quindi lo prendo per quello è. Era stato il tuo intervento che mi aveva dato qualche dubbio, diciamo che ho frainteso il discorso più o meno compatto. Adesso ho capito.

  6. adriana iacono detto

    quello che volevo dire è che anch’io ho notato gli ossimori e mi sono sembrati una piccola forzatura. Però nel complesso il racconto è più omogeneo, non ci sono gli spazi vuoti che c’erano nella prima stesura, si nota che ci hai lavorato sopra e il risultato, per quanto m i riguarda, è buono.

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