di Adriana Iacono
“Che dici, abbiamo esagerato col salmone?”
“Forse, ma qui mi sembra anche più buono”.
“Sarà l’oceano. Dovremmo andare a quelle isole, un giorno, sono belle e selvagge, dicono”.
… ma perché Conroy non ci venite anche voi alle isole Aran quest’estate? Sarà magnifico laggiù in pieno Atlantico…
“Può essere, ma anche qui la bellezza non manca, mi pare, con tutti questi paesaggi abitati solo dal verde e dalle pecore”.
“Guarda, il cielo sta cambiando ancora. È tutto cristallino, ora, come se la luce fosse liquida, con una consistenza vetrosa”.
“Con tutta questa pioggia quelle colline sono spugne inzuppate”.
“E senti l’aria come pizzica. Io ci vivrei in questo villaggio, con l’oceano davanti e la civiltà alle spalle”.
“Sì, fino al prossimo concerto dei Chieftains, lunedì. Certo che ce n’é di musica, qui”.
“È incredibile, sembra che non facciano altro che cantare e suonare da quando sono piccoli”.
“La musica popolare ha una tradizione forte. Hai visto ieri?”
“Mi sono commossa”.
“Già, anch’io”.
E poi ci siamo addentrati per quelle stradine di campagna, strette come budelli, tortuose come intestini di erbivori lanosi. Pecore, pecore e ancora pecore. Moltitudini di pecore in greggi sparsi sulle colline, con qualche cane al seguito che se ne stava in disparte con i suoi colleghi guardiani o che correva su e giù, ma più per esercizio che per vera necessità. Senza nessuna presenza umana, come se ogni animale fosse responsabile del proprio destino, consapevole del proprio ruolo e legato con un filo invisibile alla terra assegnatagli con serena accettazione, senza inutili ribellioni.
E io che non avevo mai visto pecore così docili, cani così responsabili, mi stupivo e ti facevo un sacco di domande di cui tu non avevi la risposta: come mai nessuno urla per tenerle buone? Perché i cani non abbaiano e rincorrono le più scapestrate? Possibile che tutto sia così ordinato, qui? Chi ha dato questa consapevolezza antica a questi animali?
E mi inquietavo e ti inquietavo come se riconoscessi in quella natura tranquilla qualcosa di me che ancora andavo cercando.
“Bella questa campagna. È tutto pulito qui, ogni colore è un colore definito. Il cielo è azzurro cielo, il prato verde prato e quando il sole se ne va, il grigio, è grigio veramente”.
“Mi piace questa tonalità mesta d’autunno, ha un suo fascino malinconico ed è piena di sfumature intense”.
“Guarda, anche il lago è grigio, ora. E quella dovrebbe essere la nostra pensione”.
“Ma no, sembra un castello”.
“Infatti la prenotazione dice dimora storica del settecento”
“Ci trattiamo bene, vedo”.
“Veramente è l’unico albergo nel raggio di mille miglia. Ma guarda che casetta e che giardino!” “Sarà, comunque preferisco la nostra soffitta senza ascensore, e poi non c’è il treno che fa una fermata in camera da letto, qui”.
“Vuol dire che per una notte dormiremo senza svegliarci ogni tre ore! Mi sa che questo piccolo sacrificio lo posso affrontare. Che poi sta cosa del treno in camera da letto dev’essere una simbologia fallica maschilista. Ricordami di consultare il libro dei sogni quando torniamo”. “Vabbè, non c’è bisogno di scomodare la psicanalisi: ci rinuncio, al mio treno, per una volta. Solo che faccio fatica a dormire senza ferroso sferragliare di ferraglia”.
“Ferroso sferragliare di ferraglia? Che è? Allitterazione, onomatopeia, licenza poetica?”
“Sono un incompreso. Cerco di adeguarmi, siamo vicino alla torre di Yeats”.
“Giusto! Rispetto per il sublime poeta”.
“E uno stufato irlandese per il poeta affamato”.
“Doccia calda prima, poi stufato per cena e bicchierino di Paddy’s davanti al camino prima di andare a letto. E domani visita guidata alla casa del sommo William Butler”.
“Mmm, ho letto di letto allettante”.
“Ancora co stè allitterazioni”.
E finalmente ci siamo, attoniti, davanti alla casa del poeta.
… un ponte antico, e una più antica torre, una cascina al riparo del suo muro, un acro di terra petrosa dove la rosa simbolica può erompere in fiore…
Mi fermo a guardare, una sosta lunga dello sguardo tra muri pietrosi in un acro di terra pietrosa per scoprire una torre, grigia, nascosta tra gli olmi e i pruni, addolcita da qualche cespuglio di rose selvatiche. Resto in attesa. Aspetto che un folletto mi prenda per mano per una visita guidata tra le cose di casa.
… una scala a chiocciola, una camera dalla volta di pietra, un caminetto di pietra grigia col focolare aperto, una candela e una pagina scritta…
È qui l’anima celtica? Sono qui gli spiriti vaganti di cui si racconta? E gli elfi? E gli gnomi? Ehi! C’è nessuno qui?
“Sai una cosa, poeta?”
“Cosa?”
“Credo che scriverò un racconto”.
(Fine)
ciccio detto
secondo me questi due sono troppo sensibili e parlano assai.