Undici variazioni sul caso C. Variante quinta
- Una volta mi hai raccontato che quando eri bambina … – dico io
- Una volta …
- Inizia come una fiaba?
- Un incubo, piuttosto.
Di sera l’aria è mite, i colori s’attenuano, i cuori aspirano a un po’ di serenità.
- Ricordi?
- È strano raccontarsi certe cose.
Siamo affacciati al balcone e osservianmo la luce del pomeriggio spegnersi.
- Hai freddo? – chiedo io.
- Un po’.
- Ci pensi ancora?
- Tu non mi ha raccontato niente di te.
- Che vuoi sapere?
- Io invece certe immagini ce l’ho sempre davanti, basta che schiocco le dita, ed eccole, si proiettano sulla parete di casa mia, e niente, sono presenti come cose di ogni giorno.
- È stato difficile immagino.
- Da piccoli si vive con la vita degli altri.
- E poi?
- Sognavo di fuggire di casa e andare a vivere per strada.
- Da sola?
- Col mio cagnolino di peluche.
Il tono di voce è tenero, gli occhi s’inumidiscono. Deglutisco. Non so se chiedere altro, vorrei mostrare un po’ di comprensione, ma serve a poco.
Lei, dolce come un gelsomino notturno.
- Capisco, – dico io, e in realtà non ho capito niente, e non posso non abbracciarla: ci sono io, le sussurro all’orecchio, ci sono io a volerti bene.
- Adesso è tardi, ceniamo? – aggiungo.
- Hai fame?
Una volta lei era una bimba e insieme al fratello credevano al futuro. Ma poi un giorno sono arrivati e l’hanno portato via, e lui ha vissuto in quella villa, perché c’era anche il giardino e si vedevano le nuvole e i tramonti e oltretutto c’era un vuoto che somigliava alla libertà.
- Adesso è tardi, – ripeto.
Sono intenerito, la ragazza è come se avesse un velo rosa dinanzi agli occhi.
- Sei felice?
- Perché?
- Che stupidità essere felici.
- E tu?
Era tardi.
A letto, sotto le lenzuola.
Il cuscino freddo, la coperta di lana.
Lei intrecciava le gambe, bisbigliava la fiaba.
Era tardi, il balcone chiuso, le luci della strada, le stelle brillanti.
Una volta ero bambina …
- Cosa ti hanno detto?
- Tremo solo a pensarci.
- Ti voglio bene!
- Che cosa terribile!
Leggeva un libro d’amore, qualcosa che faceva rima con cuore.
- Riepiloghiamo – dico.
- Giocava coi pomoli della porta. Odiava gli armadi, scambiava le carezze per schiaffi, indietreggiava come un ragno, tesseva pensieri. Facevamo finta, facevamo la guerra, io la principessa, lui il principe, lei una fata, mi salvava dalla guerra, le sedie capovolte corna di rinoceronti, le poltrone da salotto stanze d’un castello incantato, gambe e armadi boschi e montagne. Avevo sei anni, le lentiggini e i capelli biondi, il mio eroe, l’amore. Ho perso il mio cuore.
Era tardi, lo sapevamo.
La città luccicava ed era finta.
Di mattina saliva sui tram, contava la gente, annotava le frequenze, le fogge dei cappelli, il colore delle scarpe, l’espressione sui volti, l’odore dei cappotti.