di Adriana Iacono
E le torte, ti ricordi?
Quelle magnifiche torte al formaggio con uno strato sottile di biscotto croccante e sopra quattro o anche cinque centimetri di crema al limone, alla fragola, al caffè, al cioccolato, con le guarnizioni di panna a riccioli, sui bordi.
A volte usciamo la domenica, quando tutti i negozi sono chiusi e O’Connell Street è deserta, usciamo a piedi e attraversiamo il centro fino al fiume. E chi l’ha visto mai un fiume così grande?
Salutiamo la statua del vecchio di bronzo che giganteggia guardando il Liffey, poi giriamo a destra e attraversiamo l’Half Penny bridge sul canale – piccolo con le sue decorazioni di ferro battuto il delizioso ponte mezzo penny – lo passiamo e arriviamo alla nostra sala da tè, fatta solo per noi, e lì ci sentiamo il re e la regina.
E chi se ne infischia dei reali d’Inghilterra. Siamo in Irlanda perbacco! Nell’orgogliosa repubblica dell’Eire, e noi siamo il re e la regina della pasticceria. Piccola d’accordo ma che lusso in quei nove metri quadri che sono il nostro regno, che sfarzo.
… due cupole di gelatina gialla e rossa; una coppa colma di blocchi di bianco mangiare e di marmellata rossa… una scodella di crema cotta spruzzata di noce moscata, una coppa piena di cioccolatini e altri dolci incartati d’oro e d’argento…
Che golosità, e che torte! Belle anche solo da guardare, ma noi non ci accontentiamo, con contegno regale ci sediamo al tavolino vicino alla finestra e ordiniamo. Piano, però, senza fretta, “cioccolata?” scegliendo con attenzione “forse meglio un tè all’arancia” che tanto di tempo ne abbiamo “sì, due tè, allora” è domenica oggi e non si lavora “ torta alla fragola o al limone?” e poi se ci va stasera andiamo anche al cinema “frutti di bosco direi ” c’è una nuova multisala a due passi dalla National Gallery.
“Allora, mi ci porti?”
“Sì, perché no, a vedere cosa?”
“Non lo so, entriamo e vediamo quello che ci pare. Oppure facciamo un giro al museo”.
“Non facciamo tardi, però, che domani è lunedì e mi devo alzare presto, ho la lezione alle otto”. “Usciamo insieme, allora, anch’io devo essere a scuola presto”.
“Ma i tuoi corsi non sono tutti serali?”
“Sì, ma domani comincia quello per segretarie d’azienda”.
“Ah già. Allora prendiamo il quindici alle sette e mezza, scendiamo al ponte e facciamo un pezzo di strada a piedi assieme”.
“Dovrei pure passare in agenzia a ritirare dieci cartelle di traduzione”.
“Ci andiamo di pomeriggio, così restiamo in centro. Devo cercare due libri in biblioteca e ho un appuntamento con uno studente nuovo alle tre”.
“Va bene, allora pranzo da Beshoff’s?”
“Pranzo da Beshoff’s!”
Certo, il nostro fish and chips preferito. Merluzzo e patate fritte, non dove capita per strada, ma da Beshoff’s con il pavimento a scacchi bianco e nero e i tavolini rotondi di marmo e ferro battuto e le grandi vetrate sulla strada a due passi dal Trinity College. Ci sediamo e parliamo delle nostre lezioni o ridiamo degli studenti, della loro buffa pronuncia: buonciorni un capuscino dicafinato e un scinotto, pee favori, grazi.
Che ti dicevo? L’Irlanda è un paese generoso, povero ma produttivo, e ci ha dato un’opportunità. Proprio quando stava diventando dura e noi eravamo decisi a mollare, lei, la bella Molly della brutta fontana, ci ha teso la sua mano di bronzo.
Questa è una terra calda, se ne infischia delle latitudini. Questo è sud, meridione, mezzogiorno. Questa è un’isola di gente caparbia e orgogliosa, che ricambia l’amore che le viene dato.
Qui ci è capitato di entrare una sera in un pub sulla costa occidentale lungo quelle scogliere aspre scosse da un vento teso, battute dall’oceano infuriato.
Una sera d’autunno in un pub irlandese sulla costa occidentale.
… oh, Gabriel, ti prego mi piacerebbe tanto rivedere Galway…
L’odore di torba del camino, una musica calda, una luce rossa di tramonto acceso, e le guance rosse, i nasi rossi, i capelli rossi della gente.
Rossi per troppa birra, per troppo vento, per troppi geni di folletti celtici.
Facce di pescatori, massaie, studenti che cantano in piedi commossi con una mano sul petto.
Facce di adolescenti che suonano l’arpa, adulti che soffiano dentro una cornamusa e musicisti che si danno da fare con due cucchiai come fossero nacchere. E noi entriamo, inconsapevoli, in quel pub irlandese della costa occidentale in quel tramonto livido d’autunno, investiti dal calore del camino, della musica, della gente.
… sembrava una canzone di vecchio stile irlandese, la voce illuminava appena la cadenza con espressioni di dolore…
E subito il freddo lì fuori è sparito, il vento si sente sibilare minaccioso dietro la porta, ma ci sentiamo al sicuro lì dentro e dopo mezza pinta di Guinness anche noi siamo parte della famiglia. Anche noi siamo in piedi con una mano sul cuore a cantare canzoni sconosciute e con la voglia di abbracciare chi ci sta vicino. Finalmente al caldo, a casa, in patria, riconciliati.
(continua)