Flat ten (1)

di Adriana Iacono 

“Flat ten please! Flat ten, teeeleeephooone!”

“Pronto?”

“Allora, quanto ci metti?”

“Ciao, scusa ho il fiatone… è che… sono al terzo piano… il telefono è condominiale… sta al secondo piano… ho fatto le scale di corsa”.

“Ma chi ha risposto?”

“Eh, non lo so quello del pianerottolo, credo, ma che era maschio o femmina?”

“Un ragazzo”.

“Mi sa che era Mustafà sta qui di fronte al telefono”.

“E risponde sempre lui?”

“No, risponde chi capita e poi si urla dalle scale: flat ten, flat two, flat five”.

“Mi sembrate tutti pazzi. E questo Mustafà chi è?”

“È un turco. Ci ha invitato a cena l’altra sera, ha riempito i piatti di peperoncino e abbiamo cominciato a mangiare e sudare che quasi mi mettevo a piangere, ma lui dice che se non sudi vuol dire che non stai facendo un buon pranzo. È simpatico, fa il cuoco in un take away di kebab a Drumcondra”.

“Ma che dici? Come parli?”

“Niente. Una rosticceria di cose arabe in un posto qua vicino”.

“Piuttosto, come stai? Fa freddo?”

“Sto bene. È tutto a posto. Comincia a fare freddino, comunque c’è il camino e pure una stufetta elettrica, tanto l’appartamento è piccolissimo, un bilocale con soggiorno-cucina e una stanza da letto appena più grande del lettone”.

“Mi raccomando, riguardati”.

“Sì, non ti preoccupare, è tutto a posto, ti dico”.

“E quando pensi di tornare?”

“Non ricominciare, sono appena arrivata! Tornerò quando sarà il momento, per ora lasciami fare”. “Non capisco, che sei andata a fare? Che ti mancava qui?”

“Per favore”.

“Mah, senti, ti saluto, vado a preparare la cena. Mangi, almeno, o aspetti che ti inviti il turco per farti  un’altra bella sudata?”

“Mangio, mangio. Ho il frigo pieno di roba e cucino, pure”.

“Ma non mi dire. Ciao, ti bacio, ti richiamo la settimana prossima”.

 “Ciao, ti abbraccio. Ah! Flat ten, mi raccomando. Non te lo scordare”.

 “Flat ten, certo. Ciao”.

 Appartamento dieci, mi raccomando, ricordatelo perché se no puoi passare ore al telefono prima che mi chiamino per le scale in questo ricovero di matti: Gabrielawho? Gabrywhat? Italy? Italian? Flat number? What number? Girl? Boy? Yes? No? Sorry? Excuse me? What? E io non posso spiegare a tutti che ho una madre ansiosa e meridionale che ha bisogno di sentirmi almeno due volte a settimana e che sono una figlia ansiosa e meridionale che ha bisogno della voce rassicurante della mamma almeno due volte a settimana. Perché io vengo dal sud, South of Italy, e dalle mie parti c’è la piovra. Sisilia mafia, bum bum, yes? Sì, cioè no, insomma anche, però voglio dire le radici, i legami familiari. Roots, family, understand? Le radici profondamente radicate nella terra rossa. La famiglia che ti avviluppa con spire invisibili e ti travolge, ti dà un destino, una sicurezza. E’ inutile che cerchi di spiegare, puoi solo scappare ma la piovra ti scova e di nuovo ti avviluppa e ti travolge finché tu non smetti di reagire e decidi di occuparlo, quel posto che ti è stato assegnato, di riempire quel vuoto nel teatrino a cui manca una marionetta, una pupa di zucchero, un saracino infedele convertito. La piovra ti sta col fiato sul collo e prima o poi vincerà, ma la mia almeno sarà una resa orgogliosa e consapevole. E quando finalmente lo avrò, quel benedetto ruolo di figlia, madre, moglie e cittadina esemplare, quando finalmente avrò ceduto al sangue e alla terra, potrò sempre dire a testa alta di averci provato.

“Chi era?”

“Mia madre”.

“Nostalgia?”

“Capirai, dopo due settimane…”

“Ripensamenti?”

“Nessuno. Stiamo bene, no? Non ci manca niente, mi pare: una soffitta romantica, il treno che ci entra in camera da letto, un bagno senza finestra, Dublino lì fuori. C’è persino il camino in soggiorno, che vogliamo di più?”

“Magari un lavoro, eh? Che dici? Niente di impegnativo, per carità giusto, qualcosina per fare la spesa, non ti pare?”

“Intanto il burro ce lo danno gratis”.

“Ah, certo, allora la sopravvivenza è assicurata”.

“E pure l’affitto. Poi da venerdì possiamo andare a ritirare la social security, l’impiegato ha detto che è tutto a posto, dobbiamo solo dimostrare che nel frattempo ci stiamo cercando un lavoro”.

“Dimostrare come?”

“Ma niente… qualche annuncio a cui abbiamo risposto, un numero di telefono, un contatto preso. A proposito, c’è una pizzeria vicino Grafton Street che cerca camerieri”.

 “Sì, l’ho vista. Vuol dire che domani ci passiamo e ci informiamo”.

Eccoci qua io e te cittadini del mondo. Cittadini di un’Europa più fragile e senza euro, di una Dublino povera ma vitale e vitali anche noi. Abitanti di una soffitta in un condominio di pazzi con un telefono sul pianerottolo e gente che urla in mezzo alle scale: flat ten, flat two, flat five. Mustafà che suda quando mangia e tu che togli via i pezzetti di maiale dal ragù che abbiamo appena fatto per ricambiare il suo invito. Mi sento felice se esco lì fuori in mezzo a gente sconosciuta e respiro l’aria spessa di fumo di torba e camini accesi, e parlo una lingua che non è la mia, mangio un cibo che non riconosco, attraverso paesaggi sconosciuti. Mi sento estranea fra gli estranei, nessuna sensazione mi da più libertà di questa. E’ un’estraneità legale, legittimata per nascita. Non ho più identità da cercare, i timbri su queste carte lo confermano finalmente, ed è ufficiale: sono straniera! Cittadina della terra di qualcun altro, della terra di Yeats e Joyce, ti pare poco? Noi, gente di Dublino, Dubliners anche noi finalmente, insieme alle signorine Morkan, a Freddy Malins e Mary Jane. Noi gente di Dublino proprio come i signori Conroy.

… oh, Mr Conroy disse Lily a Gabriel nell’aprirgli la porta…

“Che c’è ? Hai l’aria assente”.

“Niente, guardavo la neve là fuori”.

“Sì ma a che stavi pensando?”  

… e l’anima gli svanì lenta mentre udiva la neve cadere stancamente su tutto l’universo…  

“Sai che è la prima volta che vedo nevicare? Scendiamo a fare qualche foto. Guarda, ci sono i tetti coperti di bianco”.

“Abbiamo ancora tutto l’inverno davanti, non possiamo passare le giornate a fare i pupazzi di neve. Io ho bisogno di lavorare”.

“Non ti preoccupare, qualcosa salterà fuori”.

“Veramente è un mese che stiamo qui e ancora non si è visto niente. Il fatto è che questi sono più disperati di noi. Ma hai visto la gente che va a ritirare i soldi al collocamento? Quella è povertà vera, non come noi che vogliamo fare gli alternativi e veniamo qui a fotografare la neve, che tanto in caso c’è  papà. Se proprio lo vuoi sapere, io mi sento in colpa a prendere ’sti soldi”.

“E allora di che vuoi campare? Ci mettiamo per strada a ballare la tarantella? Noi non rubiamo niente, è solo un periodo difficile. Appena cominciamo a lavorare paghiamo le tasse e così restituiamo i soldi al governo irlandese, consideralo un prestito. Ci vuole pazienza, tempo e pazienza. Intanto abbiamo una casa e riusciamo a fare due pasti decenti al giorno, poi se proprio non dovesse succedere niente possiamo sempre ritornare”.

“Certo, a casa dalla mamma”.

“Non vedi come sono tutti gentili e ti sorridono, anche se è la prima volta che ti vedono? Non senti questo odore di libertà quando cammini tra la gente? Questa sensazione di essere invisibile? Questa leggerezza? Hai notato che nessuno fa caso a quello che fai, a come sei vestito?

 …benissimo, disse Gabriel amabilmente tirando giù un altro sorso preliminare, vi prego signori e signore di dimenticare per qualche minuto la mia esistenza…  

Ma hai visto che bella Dublino di notte?”

(Fine prima parte)

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