varianti e altre storie


Undici variazioni sul caso C.                               Variante Terza

 

Andrea era ancora un ragazzino, s’era messo a correre, sembrava il vento.
Non c’era più niente, ma aria e sole pallido e cuore che pompava sangue. Le cose trasparenti come di plexiglas. Fiato svuotavano i polmoni, non era mai abbastanza. La strada dritta, sporca, e lui volava, correva come un meteorite che va a insabbiarsi nel deserto.


Giunse ai piedi del palazzo, si fermò con le spalle al muro. Tirò il respiro, uno due tre volte, dunque entrò nell’atrio come tappandosi il naso. Salì fino al quinto piano. Sul pianerottolo l’aria era gelata. La finestra s’affacciava sopra la città, e il cielo sempre più azzurro era come quello d’un cartone animato giapponese. Andrea da lassù osservò i volti delle case: lenzuola e biancheria stese ad asciugare, vasi e fiori e piante verdi e la vertigine dell’altezza e il vento.

Voleva credere che niente fosse successo.

Ma il fiato cadeva giù, lento, imminente.

«Non è successo niente, fai finta che non è successo niente, attento a te!» gli aveva intimato la madre.

Puntò il dito al campanello. Come se ascoltasse ancora il respiro soffocato della sorella, lo sentiva, un odore puzzolente sui vestiti. Ebbe un soprassalto, e diventò come ghiaccio.

 

- Ciao Andrea.

Lui non guarda in faccia nessuno.

- Ma tu hai pianto, – esclama la signora.

Lui dice che è caduto, ma ora sta bene; e lo dice a mandibole serrate e occhi abbassati.

- Che hai?

Lui non risponde, attraversa il corridoio, raggiunge il compagno di scuola. Afferra la racchetta. Giocano a ping pong. Il ricordo lima e sfregia, Andrea s’accalora, accellera, cerca la vittoria, si arrabbia per gli errori, prevede la traiettoria della pallina, vorrebbe guidarla col pensiero, centrare ogni colpo come fosse ultimo e decisivo; non esulta, eppure si sente vivo e palpitante. «Non parlare, non parlare, attento a te!» ripeteva a mente.

- Ehi, ma che cazzo t’è preso – esclama infine Michele, dopo un po’ di tempo, tutto rosso in volto.

- Gioca – fa Andrea.

- Sei un fenomeno stasera.

- Tocca a te adesso.

Andrea è curvato sulle spalle, flette le ginocchia, aspetta, invece Michele non raccoglie la pallina, posa la racchetta sul tavolo e sorride.

- Non ti ho mai visto così in forma, – dice.

- Tocca a te.

- Hai vinto.

- Non importa, facciamone un’altra.

- Questa è la seconda partita che vinci.

- Giochiamo, dài!

- Sono stufo.

Michele va a sedersi sulla poltrona e accende la tivvù.

- Non voglio vedere la tivvù, – fa Andrea.

- Perché?

Andrea ascolta il cuore mordere. Prova a sedere, osserva le immagini nello schermo: non servono a niente.

- Sei strano, che hai?

«Non parlare, non parlare, guai a te!» rimugginava Andrea, e pensava alla madre.

- Vado via, – dice infine Andrea.

- Come, vai via?

- Non posso.

- E i compiti?

- Non posso.

- E le ragazze?

- Non posso.

- Come non puoi?

- Non sto bene.

- Sei strano.

- Adesso vado.

- Che ti succede?

- Niente.

- E come faccio con Melinda?

- Melinda cosa?

- Melinda e Debora, stanno venendo!

- Non posso.

- E la nostra strategia?

- Non posso.

- Se non ci sei, come faccio?

- Ti arrangi.

- Tu ti metti con Debora, è facilissimo, sarà facile!

- Non mi va più.

- Sei proprio una femminuccia!

- Vaffanculo.

- Ci siamo presi il lavoro per stare con le ragazze e adesso fai il cacasotto …

Andrea lo sentiva parlare in quel modo, e sarebbe voluto fuggire, correre, volare, scappare, avrebbe voluto gridare, piangere, rompere oggetti, dare calci alle sedie, ai mobili, rovesciare il tavolo da ping pong, spaccare la televisione, urlargli in faccia sputi, sgretolare pareti, prenderlo a calci, a pugni: voleva stare solo, senza ascoltare più nulla, senza fare nulla, non sentirsi più invisibile.

- Tu ti metti con Debora, io con Melinda…– continuava a dire Michele.

 

 

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