Humphrey Bogart

di FG

 

C’erano gli amici di papà intorno al tavolo da gioco, affogati da una nube di nicotina. Lui mischiava le carte, mamma preparava la crostata con la marmellata di albicocche su cui aveva accomodate 500 grammi di ciliege fresche senza nocciolo e un bicchierino di rum. Io invece ero stesa sopra il letto, dentro la mia cameretta. Fissavo il soffitto rischiarato dall’illuminazione evanescente dell’abat-jour e stringevo al petto un morbido peluche arancione a forma di giraffa. 

Mi ero occupata delle decorazioni natalizie, avevo attorcigliato intorno all’albero una collana di luci; avevo tirato fuori dallo scatolone da imballo anche le palline argentate e gli angioletti di porcellana, appendendoli sui rami di plastica. La casa era addobbata con festoni simili a lombrichi luccicanti che calavano da sotto i lampadari o strisciavano sopra le cornici dei quadri. Avevo svuotato un paio di barattoli pieni di ciondoli e bracciali, avvolgendo le scatole con della carta sgargiante, come quella che si usa per i regali, poi avevo ammucchiato i barattoli ai piedi dell’albero, ben infiocchettati con ciuffetti di nastro decorativo, l’uno accanto all’altro. Ma questo non mi era bastato per distrarmi. Benché mi fossi data da fare tutto il giorno, la sera ero ancora pensierosa, e avreste potuto ben comprenderne il perché. Ho attraversato il corridoio illuminato da coppie di proiettori alogeni incassati al soffitto, sono entrata in salone, ho tirato fuori dai polmoni una tossettina secca e ho detto:

«Pa’, la crostata è pronta.»

Lui mi ha guardato infastidito, mi è sembrato uno sconosciuto. Ha tirato dritto: ha spento la sigaretta sul posacenere e ha fatto la sua puntata. «Dille che stiamo ancora giocando» ha detto invece Marcello con la sigaretta tra medio e indice e un ventaglio di carte sotto il naso. Ha detto così e mi ha rivolto un’occhiata come se volesse sfilarmi di dosso la gonna scozzese che indossavo. «Ce l’hai il fidanzato?» ha continuato esaminando la mia figura di ragazzetta profumata. Io ero arrossita. Rimanendo impalata lì davanti senza sapere cosa dire, ho fermato la vista sulla vetrata del balcone che rifletteva le luci dell’albero di Natale: s’inseguivano come in un circuito automobilistico. Intanto mio padre pescava due carte dal mazzo. Neanche mi ascoltava. Sono corsa via come guizza un gatto acciambellato sul divano del salotto. Mi sono gettata di traverso sopra il materasso. Abbracciavo la giraffa, e un soffio gelido mi aveva fatto tremare le ossa.

 

Marcello è proprietario di un’azienda di impianti oleodinamici. Egli in qualità di direttore dei lavori fa i sopralluoghi, dà le disposizioni agli operai, non di rado scende nel pozzo per revisionare l’impianto. Nel periodo in cui si sono svolti i fatti che vi sto raccontando, egli entrava qualche volta nella cabina, si guardava allo specchio, riassestava i capelli e toglieva col fazzoletto un po’ di grasso dalla fronte. Qualche volta alitava contro lo specchio e con la punta del dito tratteggiava una T.

La prima volta che volle guardarmi non lo conoscevo mica e c’eravamo contattati per caso. Non ero più Tania. Toglievo di dosso alcuni indumenti e accendevo la webcam, inclinandola in direzione del pavimento oppure ad altezza del seno. Eppure, dalle immagini che gli giungevano ogni volta che eravamo in rete, riuscì a localizzare dove abitassi. S’accorse che dietro la vetrata della mia cameretta si alza un palazzo di cemento. Nel palazzo di cemento di fronte casa mia c’è una scritta EXTREME a caratteri cubitali affissa in una delle pareti cieche. È l’unico edificio in cui lui aveva fatto montare un ascensore abusivo che saliva di mezzo all’appartamento di una vecchietta sul punto di andarsene all’altro mondo: le bucava il salone che tremava ad ogni sali e scendi. In breve, Marcello cominciò a frequentare il bar che si trova sotto i portici del palazzo di cemento. Quando m’incontrava attaccava bottone, mi offriva qualcosa, usava frasi buttate così senza troppa importanza, era carino con me. E un giorno conobbe anche mio padre. Si presentò col cognome di una mia compagna di classe e dialogando gli confessò tra l’altro che era anche lui un giocatore di poker. Marcello ha un’abilità nel dedurre il gioco dell’avversario: scruta le vene al polso, sul collo: ne percepisce il battito accellerato dall’azzardo, proprio come il pipistrello di notte.

In quel tempo indovinavo qualcosa nel volto dei miei genitori, come dire, un odore d’insofferenza. Marcello girava spesso per i portici, e io ho abbandonato il cuore tra i suoi denti. Ne ho colto l’occasione, non mi sono chiesta perché no. Lui portava la barba lunga di una settimana e graffiava lasciando sulla mia pelle i dolci segni delle sue attenzioni. All’una e mezza fermava l’auto vicino al Liceo e utilizzava la leva degli abbaglianti per farsi vedere. Io diventavo rubizza in volto. Quando arrossisco in questo modo penso di non sapermi più trattenere. Ho paura di sembrare sciocca. Con lui mi accaldavo come un ritaglio di stoffa a forma di cuore su cui è scritto I Love You. Mi sentivo stritolata dal pulsare dell’arteria sul collo, e rimanevo come se si dissolvesse qualcosa dentro il mo stomaco. Provavo i suoi occhi addosso, e mi indicavano la direzione dei pensieri. Era una presenza costante e la sera prima di addormentrarmi contemplavo i lividi delle sue carezze. Ci scrivevamo per interi pomeriggi e le emozioni mi legavano ai caratteri digitati sulla tastiera: un filo invisibile guidato dalla sua volontà. Poi ci siamo coricati insieme con una certa disinvoltura, e giocavamo con foga da sciuparci dentro le cabine sospese nei piani più alti. Il piccolo vano della cabina oscillava, sorretto dal cavo metallico.

 

 

La mamma è venuta a saperlo dopo un mese che facevo questa vita. Era Natale. Lei lo ha appreso da mio padre mentre cucinava le patate al forno. A lui lo aveva confessato Marcello. Marcello gliel’aveva raccontato per portarmi via con lui e per non farglielo pesare troppo, perché nella situazione in cui papà s’era ficcato con le partite a poker, dovevano pur escogitare qualcosa. Marcello ne ha colto l’occasione e per farla pulita pulita si è dimostrato pure generoso. Papà tutti quei soldi non li avrebbe mai potuti sborsare agli strozzini, e comunque quasi quasi Marcello gli ha tolto il pensiero di avermi ancora per casa e di ricordarsi di quello che non è mai stato. A me è dispiaciuto moltissimo, ma d’altra parte mi sentivo già grande ed era venuta l’ora di giocare le mie carte. La mamma però ha fatto una scenata incredibile, ha rotto le cose che stavano sopra il mobile. Ha buttato giù il telefono, ha fatto cadere la lampada ad olio che si è frantumata in innumerevoli pezzi di vetro. Il pavimento è diventato scivoloso e l’orchidea affogata dentro l’olio del lume è finita sdraiata sul pavimento. Mio padre invece ha acceso la tv e ha cercato di seguire un film in bianco e nero premendo insistentemente col pollice il tasto del volume del telecomando.

«Lo sapevi?» ha urlato inviperita mia madre.

«Tu non hai mai saputo niente di tua figlia.»

«Sei un bastardo!»

«Baldracca! Che ne capisci! E poi dicono che si vogliono bene… » ha detto mio padre sarcastico. Quando mia madre è andata nel soggiorno, lui è rimasto stravaccato sopra la poltrona, si è acceso la sigaretta e ha continuato a guardare il film a un volume insopportabile. L’audio si diffondeva per tutta la casa come una corrente d’aria che sbatteva le imposte. Mi sono chiusa a chiave, avevo tutti i sensi spalancati. Era venuto il momento di scegliere. Mi sono messa a fare avanti e indietro dentro la camera, dalla porta al tavolino sino alla finestra, e poi di nuovo, ingombra del sonoro di quel film che mi confondeva. Stringevo il telefonino in mano. Abbracciavo la grande giraffa arancione che mi aveva regalato Marcello. La luna schiariva la città, tutto era immerso nel suo chiarore: tetti piloni cavi cielo. Mi sono ricordata di mia madre, quando insieme ci recavamo al porto di Ognina e lei guardava le barche a vela ormeggiate che sfregavano i bordi l’uno contro altro. Il mare gorgogliava una musica liquida. Mi raccontava di un australiano biondo, coi baffi spessi come le setole di uno spazzolino da denti. Egli alloggiava dentro una barca come quelle. Dormiva, mangiava, viveva lì dentro, e andava in giro per il mondo. Un australiano che indossava una camicia quadrettata, i pantaloncini corti e un cappello da marinaio. E la portò con sé, a mia madre, la notte di Capodanno, dentro la cabina. Lei aveva sbattuto la testa contro il boma, lui l’aveva fatta riposare tra le proprie braccia. La bottiglia di spumante rotolava vuota da una parte all’altra del pontile, il mare li aveva curati. Il sale era dentro le nari già all’alba, insieme al freddo e all’odore della notte trascorsa. Le parole di mia madre filavano nei ricordi come fossero scene di un film tante volte visto. Immaginavo l’australiano coi baffi e il berretto da marinaio, le maniche della camicia piegate fino al gomito, che mi conduceva a bordo e mi spiegava come un padre il colore della notte e il rumore del mare. Intanto, mentre pensavo a queste cose, dall’altra parte della casa era calato un silenzio assurdo, la voce rassicurante dell’ispettore Marlowe rispondeva al telefono dopo aver posato il bicchierino di whisky accanto al cadavere. Papà vedeva quel film e alzava il volume come fosse diventato sordo. Io avevo il borsone già pronto, sotto il letto. L’australiano sì che era un vero lupo di mare, aveva attraversato l’Atlantico in solitario. Che figata! Ascoltavo Humphrey Bogart: aveva le mani legate, s’è preso una bella sciacquata d’alcol in faccia. (Perché non hai voluto smetterla! Perché me l’hanno detto in tanti … mi accenda una sigaretta, vuole, angelo?) E mentre ascoltavo anch’io quel film tanto distrattamente romantico, ho udito un frastuono provenire dalla cucina. (Mi levi quest’affare dalla bocca… Bogey è un blocco di ghiaccio, preferirebbe una sigaretta in bilico sulle labbra anziché la lingua di una donna tra i denti). Il fracasso proveniva dalla cucina e ha sovrastato il crescendo dei violini. Dentro la tv si baciavano, invece il ritmo cardiaco del mio cuore precipitava come una lepre. Sono corsa in soggiorno, la stanza era sottosopra, il balcone spalancato e mia madre faceva la pazza sopra la ringhiera. Gridava che si voleva buttare giù. Papà si era alzato controvoglia. Anche Lauren Bacall gridava, i contrabassi tremolavano, scoppiavano spari di rivoltella. La mamma a cavallo sulla ringhiera urlava come una scimmia. Mio padre s’è messo a parlarle piano tenendola per un braccio. (Forse sono innamorato di te. Bogart a questo punto ha alzato i sopaccigli, diventa un tenerone, con gli occhi stanchi, e lei vorrebbe abbracciarlo). Papà invece ha persuaso la mamma a non fare stronzate. Sentivo freddo come un iceberg. Il rumore della guerra mi martellava lo stomaco. Di andarmenne me ne sarei andata lo stesso, farlo per una manciata di fiches da poker è stato davvero qualcosa di veramente indimenticabile.

 

5 Commenti »

  1. adriana iacono detto

    un finale travolgente, un racconto molto bello. quasi niente da eccepire, forse solo due ‘egli’ di troppo, qualche vocabolo poco adeguato per un’adolescente (‘rubizza’ per esempio) e ancora l’uso dei tempi verbali che non mi è chiaro: ‘mi sono gettata… abbracciavo… mi aveva fatto tremare’ perchè non: ‘mi sono gettata… ho abbracciato… mi ha fatto tremare’?
    Sono comunque piccole cose, il racconto è notevole, bravo!

  2. Rossella Garofalo detto

    Mi è piaciuto il tuo racconto Francesco: anche io ho notato leggendo qualche
    parola e qualche “egli” che stona, solo piccole cose. Complimenti.
    Bogart però alza un solo sopracciglio…:-)
    Rossella

  3. “Mi sono gettata di traverso sopra il materasso. Abbracciavo la giraffa, e un soffio gelido mi aveva fatto tremare le ossa”.

    l’imperfetto ferma il tempo. Lo riempie di ricordi. Quel trapassato prossimo è anteriore all’imperfetto e al passato prossimo, è lo sguardo di Marcello che fa tremare di paura e al contempo di piacere la bella Lolita.
    FG

  4. ciccio detto

    Il grande sonno, 1946. H. Bogart è al volante, la Bacal siede accanto, stravaccata sul sedile anteriore.
    - Perché fai tutto questo? – chiede lei.
    - Perché sono innamorato di te, forse, – dice lui, e inarca i sopraccigli.

  5. adriana iacono detto

    ok, grazie per il chiarimento

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