di Adriana Iacono
Non so perché ma ho pensato che fosse rilevante parlare di quello che facciamo mentre scriviamo la storia, cioè la storia che facciamo quando non scriviamo. Ho pensato fosse importante metterci dentro gli umori e i sapori che verranno esclusi dal nostro scrivere e che magari il nostro inconscio ripescherà per sorteggio.
Adesso, per esempio, sono tutti molto attivi, hanno nuovi personaggi, storie, idee. Io no. Ho in testa tutto il movimento creato dalle ultime discussioni: la prospettiva sghemba, il film, le storie che s’incastrano, i personaggi che s’incontrano. C’è un certo rimescolio, idee che galleggiano in un mare lattiginoso ma niente che quagli in una forma definita. Mi sento incerta sul da farsi, confusa. C’è da dire che a volte gli scrittori danno di sé uno spettacolo triste e questo destabilizza la mia sicurezza di volere appartenere alla categoria. Mi capita, per esempio, di andare a certe presentazioni di libri e antologie. Mi capita che in qualche antologia ci sia anche un mio racconto o poesia, la prassi vuole che lo scrittore dia bella mostra di sé leggendo il suo brano o la sua poesia, la prassi lo vuole la mia timidezza vi si oppone. In queste occasioni mi viene in mente il pizzino di Pirandello (ché i pizzini non sono affatto un’invenzione di Provenzano). Questo pizzino è a casa sua, di Pirandello, non lontano da casa mia, in una teca di vetro come si conviene a un pezzo da museo. È un pizzino innocente su cui c’è scritto solo pagliacciate, battuto a macchina e ripetuto in maniera ossessiva fino a riempire quasi tutto lo spazio libero della carta ingiallita. Un foglietto ingenuo, una sola parola, una grande lezione di sobrietà. Sotto il pizzino, infatti, con due righe scritte a mano, il figlio di Pirandello ci informa che questo è quello che suo padre scriveva seduto a una scrivania subito dopo avere ricevuto il premio Nobel mentre veniva assediato da fotografi e giornalisti. Pagliacciate.L’altro giorno, quindi, ero dentro una libreria, partecipavo a un piccolo evento, che in parte era la presentazione garbata di un romanzo e di una antologia e in parte la pagliacciata di un saltimbanco scrittore. Poiché temevo di essere chiamata a leggere mi guardavo in giro dissimulando indifferenza, la mia strategia finché non vengo data per assente. Succede poi, quando vengo data per assente, che l’energia resa libera dallo scampato pericolo si dedichi ad altre attività più interessanti, nel caso particolare all’osservazione del saltimbanco che mette in scena la sua pagliacciata. Certi esemplari sono da manuale: sorriso estatico, sguardo scintillante, eccitazione a fior di pelle, si agitano sulla sedia, non vedono l’ora di alzarsi e rivelare al mondo ignaro (in genere qualche benevolo parente trascinato a forza) la loro identità segreta: ebbene sì, sono io il prossimo genio della letteratura italiana. Ed eccolo il prossimo genio della letteratura italiana, lo riconosco dall’arroganza con cui fa alzare chi si era proditoriamente seduto sulla sua sedia, dalla determinazione con cui prende il microfono per fare una domanda inutile col solo pretesto di far sapere al pubblico non pagante che lui è SCRITTORE, dalla testa resa calva e bitorzoluta dallo sforzo ostinato di pensare. Lo osservo sempre più affascinata mentre si muove gongolante in direzione della postazione assegnata per la lettura e fremo ansiosa di sentire finalmente qualcosa della sua scrittura, che immagino magnifica e illuminante. Lui si schiarisce la gola e regale procede alla lettura del brano. Io ascolto l’incipit e strabuzzo gli occhi, aguzzo l’udito e l’ingegno, non capisco. Penso a uno scherzo ma il tono è serio e compenetrato mentre declama parole d’immortal bellezza:
(…) mostrava alla strada la sua gloriosa incuria appesantita dal vanume della posta d’anni, e faceva propaggini rivolte alla proda gettando bovindi dai fusti quadrati come dadi, incravattati d’ornamenti tondi e accismati lungo l’altura del ferro, lontani dalla mia mano appesa alla sciancratura di quella gretola ferrosa e intignazzata dal tempo(…) posate dal primo intento di fortezza sul brocchino di pietra forte e dura come selce acquartierata al centro delle ante, come un Sisifo alle falde dell’alterco aspetta la bifora aperta al masso rotolante (…).
A un certo punto mi sono alzata e sono uscita mentre il vanesio ancora declamava con tono solenne (per una pagina intera e senza un punto). Non so come sia andata a finire, se il Sisifo alle falde dell’alterco abbia poi incontrato la sua bifora aperta, né se la mano sia rimasta per sempre appesa alla sciancratura della gretola ferrosa. Sono uscita e basta, rincorsa da suoni mostruosi e immagini raccapriccianti di bovindi accismati, sciancrature intignazzate, propaggini incravattate. Perché mi ostino a scrivere?, nonostante i bovindi e le sciancrature (anche le mie, sì, esposte al vanume della posta d’anni). Solo qualche giorno fa Rossella dichiarava il suo sogno dei sogni che in gran parte coincide col mio:
Il mio sogno dei sogni in poche parole: vorrei che ci fosse qualcuno, o qualcuna, che garbatamente entri nella mia testa per capire il vero significato di ciò che scrivo (…) e anche visto che c’è mi aiuti a diventare- per mia sola soddisfazione personale – una scrittrice seria (o abbastanza seria, non voglio esagerare).
Insomma sogno alla grande. Qualche mio amico direbbe forse che sogno “a vacante”. (…) Dunque se dopo mesi di riflessioni, discussioni animate (leggi anche incazzature), di defezioni, di amicizie interrotte (…) se abbiamo ancora voglia di metterci in gioco e di scrivere, bè tutto ciò ha un senso. Significa. Magari questo è un gruppo di sognatori che prende in prestito le visioni degli altri per sognare con le parole, gli accessori e i doppi servizi. Aggiungo anche un tocco di rossetto per chi – tra noi – ha la complessa sorte di essere donna.
Anche io, come Rossella, sogno alla grande o “a vacante”. Anche io aspiro a diventare una scrittrice seria e, come lei, sono convinta che tutto quello che stiamo facendo significa, comunica. Per questo tengo duro, guardo il gruppo darsi da fare, osservo gli altri creare incastri e personaggi mentre aspetto con pazienza di prendere in prestito la visione di qualcuno. E ci metto pure un tocco di rossetto, ma giusto un filo per non fare troppe concessioni allo spettacolo triste della vanità.
ciccio detto
ma tu sei già una scrittrice seria. Bisogna dedicarsi al comico.
adriana iacono detto
grazie Ciccio, ci proverò.
lucia detto
per diventare scrittrici bisogna per prima cosa scrivere, seconda cosa cercare di farlo al meglio, terza cosa ma che in realtà dovrebbe essere la prima avere qualcosa da dire. Poi quando si è fatto tutto questo si pensa al resto. Ed è vero che le presentazioni alcune, come quella che hai descritto, sono teatrino di vanità ma possono anche essere momento di confronto.
E poi visto che non si è scrittori famosi bisogna pur farsi conoscere in qualche modo.
Ciao Lucia
adriana iacono detto
infatti non sono contraria alle presentazioni ma ai teatrini di vanità.
ciao Adriana
ciccio detto
et del mio vaneggiar vergogna è ‘l frutto …