“La bellezza del mondo dipende dall’immaginazione dell’uomo e quindi anche dalla scelta che l’obiettivo fa del particolare.”
A. Renger-Patzsch.

La frase faceva bella mostra di sé in una cornice di legno, sovrapposta di sbieco su due fotografie che rappresentavano una Leica del 1925 e una Nikon F del 1960.
Intorno al quadretto c’era uno spazio bianco, rotondo, oltre il quale erano attaccate con puntine di metallo fotografie in bianco e nero che si sovrapponevano, si accavallavano, si toccavano, si confondevano. A guardarle da lontano sembravano pezzi di un puzzle che attendevano di essere ricomposti nel disegno originario.“Sembra di guardare dal buco della serratura” aveva detto qualcuno un giorno che Oliver era impegnato a togliere e a imputare fotografie su quella paratia bassa che divideva la sua postazione di lavoro dalle altre.Sulla scrivania era confusione di fogli e foglietti, il telefono nero era usato spesso come fermacarte, quando suonava le vibrazioni facevano oscillare i foglietti.E il telefono di Oliver suonava spesso. Era fotoreporter e si occupava di cronaca.Erano circa le 11 di sera del 5 novembre del 1999 quando ricevette la telefonata. “Pronto Oliver?”“ Ti consiglio di venire subito qui, in Pronto Soccorso”“Grazie Sam, sei un amico.” afferrò la borsa, infilò una manica del grosso giubbotto, correndo si avviò verso l’ascensore, la manica penzolante s’impigliò nella maniglia della porta e cadde rovinosamente a terra. La risata seguì la caduta, una risata squillante, allegra, cristallina, contornata da due labbra rosse e carnose, ma ciò che Oliver ricorderà negli anni non sarà la risata né le gambe perfette né i piedi graziosi che graziosamente si infilavano nelle scarpe col tacco a spillo ma la bocca o meglio ciò che usciva dalla bocca: un dente, l’incisivo per la precisione, che si distaccava in modo imperfetto dalla perfezione dell’arcata dentale, sbucava fuori dal rossore delle labbra come una piccola perla bianca.
La ragazza allungò la mano, lui l’afferrò, si alzò, infilò l’altra manica, prese l’ascensore, scese in strada, chiamò un taxi:
“Al Kings Country Hospital per favore!” (continua)
adriana iacono detto
ben fatto, Lucia. Belle anche le foto, avresti potuto anche inserire un brano più lungo, secondo me.
ciao
Adriana
scritture detto
dici? Ormai è fatta. Non capisco perchè è diventato tutto verde quando l’ho postato era nero. Mah, non sono ancora riuscita a capire come funziona questo blog! Ciao Adriana. Un abbraccio. Lucia