di Adriana Iacono
Ora di cena
I rumori del traffico coprono in parte le urla della mamma. Letizia piange e la mamma si dispera come al solito. Andrea, indifferente, gioca col suo mostriciattolo blu, gli morde la testa, gli stacca un orecchio. Gregorio ride senza motivo, sembra un pazzo certe volte questo suo fratello. Un pazzo con gli occhi lucidi e lo sguardo da folle, fa paura certe volte: quando li prende a schiaffi per niente o per farsi bello con la mamma che ringrazia improvvisamente dolce: bravo Greg, se non ci fossi tu Greg, come adesso che ha smesso di ridere e ha mollato uno schiaffo a Letizia. Bravo Greg, ben fatto Greg, se non ci fossi tu Greg, glielo canta lei il ritornello questa volta, detesta che sia sua madre a farlo, odia vedere quello sguardo compiaciuto. Bel lavoretto fratello, davvero. Letizia sta muta adesso, non piange più, si tocca la guancia stupita come se non capisse, Andrea mastica l’orecchio del mostro e sembra perplesso, neanche lui capisce. La mamma ha ripreso a sparecchiare e lei abbandona la bambola che stava pettinando, deve studiare la storia la matematica, la geografia. Dovrebbe imparare i nomi dei fiumi più lunghi d’Europa, e degli oceani più grandi ma quando mai l’ha visto il mare lei e quale fiume che non fosse il rigagnolo di fogna che scorre sotto il balcone ad ogni pioggia. Poi dovrebbe imparare una serie di guerre e di date e di nomi strani che non ha mai sentito dire. La matematica no, quella sa già che non ce la può fare, così quando domani la chiameranno per ripetere la lezione si darà malata, tanto già lo sa che toccherà a lei, è sempre così. Apre i quaderni, ci scrive dentro qualcosa, qualche nome che ha sentito dire, qualche notizia che chiede alla madre. Il Nilo, certo. Nel 1238. Annibale.
La madre spaccia informazioni fasulle per vere, nomi, date, fiumi. Sabrina prende nota ma tanto già lo sa che domani ripeterà quelle date, quei nomi, quei fiumi e la classe riderà forte, non c’azzecca mai sua madre. Ma dove hai la testa? È qui sulle spalle, e la classe riderà ancora più forte e lei non capirà il senso di quella domanda, il senso di quella risata. Si toccherà la testa pensando che forse si è staccata da sola senza che lei se ne accorgesse o forse penzola vistosamente da una parte e per questo ridono, ma la testa è a posto e non penzola nemmeno e allora che c’è da ridere? E’ qui la mia testa, sulle spalle, e non c’è niente da ridere. Ritornerà al suo posto con gli bassi, spingerà la sedia verso l’angolo più lontano e tirerà il banco stretto stretto verso di lei, come uno scudo. Aspetterà lo squillo della campana con pazienza e quando tutti saranno fuori potrà piangere finalmente, in silenzio. Un giorno chiederà a Greg di venire a scuola, lo farà veramente, e allora la finiranno di ridere quando lo vedranno con gli occhi di pazzo, quando sentiranno le sue minacce, e assaggeranno i suoi pugni. Bel lavoretto fratello, davvero.
Sei sicura mamma? Annibale? Sì, scrivi e sbrigati che c’è da passare lo straccio.
Letizia ha ripreso a piangere, il suo piatto è ancora sul tavolo. C’è aria di guai. Sa cosa significa quando sua madre lascia un piatto sul tavolo. Significa: ti do ancora dieci minuti, dieci minuti per fare piazza pulita del cibo, dieci minuti per non farmi arrabbiare davvero. Dieci minuti prima che Greg si metta di nuovo la faccia da pazzo. Sabrina chiude i quaderni, deve fare qualcosa, prende il cucchiaio e lo fa roteare nell’aria, lo fa salire, scendere, volteggiare, riesce a distrarre la sorella, la lascia sospesa tra pianto e stupore e le piazza il cibo nella bocca aperta. Letizia ingoia ma è un attimo il pianto riprende più forte di prima. La mamma ritira il piatto. Oddio! Lo sa che significa quella cosa, quella cosa del piatto ritirato significa: basta, tempo scaduto adesso la pianti con le buone o con le cattive. Comincia con lo sguardo, poi col cucchiaio sospeso a metà e poi la resa o lo scontro diretto. Mangia Letizia, mangia! Ma sua sorella non ne vuole sapere oggi, proprio non ne vuole sapere. Mangia Letizia, per favore! Ma Letizia piange e strepita e butta il cibo per aria e Greg ha già lo sguardo da pazzo e un ceffone più forte del primo la sta per colpire.
Il danno
Sabrina prende il giornale e lo passa alla madre. Sulla prima pagina c’è scritto 4 novembre 1979. Quella data la ricorderà per sempre, anzi la cancellerà per sempre. Il fratello la incalza, le dice di sbrigarsi, lei fa quello che le viene detto in un automatismo privo di coscienza razionale. Come una bambina ubbidiente raccoglie altri fogli sparsi, prende le borse di plastica, porge una copertina di lana. La sua bambola giace per terra, abbandonata, i suoi quaderni sono tutti imbrattati, tanto domani non andrà a scuola. Vuole dimenticare, ma le urla le sono rimaste attaccate alle orecchie, le ronzano nella testa, creano un mulinello nel quale si perde, una vertigine. Si chiude le orecchie con le mani. Si tappa la bocca a soffocare un grido. Chiude gli occhi. Esce dalla stanza di corsa. Non vuole più vedere, non vuole più sentire, non vuole più parlare. Vuole diventare cieca sorda e muta, anzi lo sta già diventando. La voce rimane attanagliata nello stomaco. I singhiozzi della sorella le scoppiano nella testa, si tappa le orecchie ancora con forza rabbiosa, finché il gemito si spegne in un lamento e il lamento diventa silenzio. C’è un angolo buio del corridoio che raccoglie tutte le sue paure, si rannicchia sul pavimento, riceve l’abbraccio freddo della parete. Piange, finalmente, consolata dai muri scrostati, protetta dall’oscurità. Il suo è un pianto sordo cieco e muto, un pianto senza lacrime, che non fa rumore. Il tanfo della cucina ha invaso la casa. Vapori di brodo caldo e puzzo di vomito la raggiungono in corridoio, trattiene un conato e corre in balcone. Una ventata di aria fredda le riassetta lo stomaco. Alza gli occhi, sopra la sua testa ci sono le stelle, sempre lì, attaccate al cielo a guardare giù, guardano tutto ma forse non vedono niente, così lontane come sono. Invece sì, sicuro che hanno visto quello che è successo in cucina, vedono tutto loro ma nulla le tocca, sempre immobili. Sabrina allunga una mano verso il buio stellato. Vorrebbe anche lei essere intoccabile e distante da tutto: dalla casa, dalla madre, dai fratelli, dalle urla, dalla pozza di brodo e vomito che fra un po’ le toccherà pulire, non appena avranno finito.
La stanno chiamando. Ritorna in cucina ma rimane immobile davanti alla porta. Suo malgrado, vede l’involucro voluminoso che la madre stringe al petto proprio come lei faceva prima con la sua bambola. Forse è la sua bambola, forse sua madre sta solo giocando e sua sorella ha mangiato tutta la minestra, ha pulito il piatto e se ne andata a letto contenta. Forse… ma no, la sua bambola è ancora lì, abbandonata sul pavimento. Greg è agitato, le parla, vuole il bauletto delle scarpe. Dice di svuotarlo subito e portarlo lì. Sabrina ubbidisce: svuota il bauletto e glielo consegna senza parlare, senza chiedere perché. C’è silenzio adesso, le voci nella sua testa hanno finito di urlare. La mamma e Greg si guardano senza dire una parola, persino Andrea ha smesso di piagnucolare ma stringe forte il mostro di plastica blu a cui ha mordicchiato la testa. Nessuno parla, nessuno si muove, il bauletto rimane vuoto per terra e lei non capisce perché, non capisce niente, ha voglia di piangere. Scappa di nuovo verso il balcone. Le stelle sono sempre là, immobili e lontanissime. Se almeno qualcuno venisse a prenderla, qualche omino verde con la testa a punta che scendesse da una astronave e la portasse con sé sulla stella più distante dove nessuno, né Greg né sua madre né il pianto di Letizia, potrebbe raggiungerla. Partirebbe così, senza bagagli, tenendo per mano Andrea, con la bambola e il mostro blu tutti risucchiati in aria da un cono di luce argentata. Avrebbero tanto spazio per giocare, loro soli sulla stella, ci sarebbe tanto silenzio…
Hanno finito. Li sente agitarsi di nuovo, la chiamano, hanno bisogno di lei. Deve abbandonare le stelle far tacere le voci, che di nuovo le rimbombano nelle orecchie, e tornare in cucina. Deve attraversare il corridoio buio, sopportare il tanfo sforzandosi di non vomitare, prendere qualche straccio, raccogliere il grumo di brodo dal pavimento e pulire strofinare asciugare. Del resto è quello che fa ogni giorno deve solo ignorare che quello che le tocca pulire oggi è il vomito di sua sorella. Fingere di non averla vista piangere e strozzarsi con la minestra, di non avere visto sua madre e Greg ingozzarla a forza. Farà finta di non sapere cosa c’è dentro il bauletto, però potrà fantasticarci sopra, immaginare che contenga i giocattoli di Letizia o i suoi vestitini smessi. La mamma voleva bene a Letizia e non vuole che qualcuno tocchi i suoi giocattoli o i suoi vestitini smessi, per questo adesso chiude il piccolo baule con un grosso lucchetto e lo sistema dentro l’armadio grande della stanza da letto.
Andrea
Ci crede e non ci crede che l’uomo alto e robusto che la fissa interrogativo davanti alla porta sia veramente il piccolo Andrea. Le viene da chiedergli dov’è il suo mostro blu preferito, quello con la testa tutta mangiata, quello a cui aveva staccato anche le orecchie e una gamba, quel mostro sciancato che perdeva pezzi della sua carne di plastica come un lebbroso da cui non si separava mai.
Alza le mani Andrea, lo nascondi nelle tasche, le viene da dire; oppure: vai a lavarti Andrea, o fai tardi; smetti di giocare è ora di andare a dormire; pulisci il piatto Andrea, o la mamma si arrabbia. Queste sono le frasi che le viene da rivolgere a suo fratello, se l’uomo che la guarda con gli occhi dubbiosi è veramente suo fratello. Se invece non è lui, allora cosa vuole? Ma non fa in tempo a ipotizzare una risposta: l’uomo si fa avanti, fa per abbracciarla, la confonde. Vorrebbe sfuggire al contatto con lo sconosciuto ma quello non le dà tregua, la chiama: Sabrina, dice, ed è quasi un sospiro, un alito di vento che viene da lontano. Sabrina, ripete, e già le sue braccia forti la stringono, la trattengono, le impongono un ritorno a un luogo dimenticato.
Qualcosa scricchiola nel suo cuore e fa lo stesso rumore di quando ogni mattina prima di andare a scuola al buio a tentoni apriva il cassetto della biancheria per vestire suo fratello. Qualche altra cosa cede, ed è un cedere dolce come un affondare tra cuscini e coperte, abbracciati, per cacciare la paura di notte. E finalmente le pare di riconosce quel cedere e quello scricchiolare. Andrea, dice Sabrina, e il nome viene fuori di getto, come uno sbuffo di aria calda sfuggito alla stufa a legna.
Andrea ora la guarda con uno sguardo familiare. Anche lei lo osserva attentamente, mentre si mette comodo seduto al tavolo della cucina e riconosce il taglio degli occhi, il naso, la bocca, i capelli. Gli guarda le mani, mentre gli porge il caffè, le muove con naturalezza, le sposta nell’aria per accompagnare le parole e si ricorda di quando, bambini, si parlavano a gesti. Quando le parole sembravano troppo ingombranti per essere dette, quando Gregorio urlava loro di stare zitti, quando la madre si arrabbiava per le troppe domande, quando tutto il condominio sembrava esplodere in un caos incontrollato di litigi per le scale, porte sbattute, pianti di bambini, borbottii di salse nelle pentole, e baccano di vasellame nelle cucine, loro si rifugiavano sotto il letto e parlavano il loro linguaggio muto. Trovavano gesti nuovi per ogni cosa, sapevano raccontarsi milioni di storie, e mentre fuori il mondo impazziva loro galleggiavano nel silenzio quieto di uno spazio immaginario. Lo spazio della sua stella lontana, quella a cui aveva dato persino un nome segreto, il nome di sua sorella.
Guarda le mani di Andrea e le riconosce, anche se non sono più quelle di un bambino, anche se accompagnano parole che hanno suoni e stringono una foto e una tazza invece del mostro di plastica mutilato. La foto è quella dell’ultima nata, Andreina, insieme a sua moglie Bronzetta, dice Andrea. Nome buffo, pensa Sabrina, e chiama a raccolta qualcuno dei suoi numerosi figli, due sbucano fuori da angoli nascosti della stanza, altri sono in cortile a giocare uno è ancora a scuola. Suo marito è al lavoro, dice Sabrina, altrimenti sarebbe stata felice di farglielo conoscere, è una brava persona e si prende cura di lei e dei bambini. Ma dimmi di te, dice, come te la passi? È tutto a posto? Hai bisogno di qualcosa? Qui non navighiamo nell’oro di certo ma se ti posso essere utile in qualche cosa. Andrea fa la guardia giurata, ha tanti bambini e al momento vive al ricovero perché è stato sfrattato e cerca una nuova sistemazione, ma va bene così, dice, tra qualche mese gli daranno una casa popolare, si tratta solo di una cosa temporanea. Però c’è qualcosa che ha bisogno di sapere.
Resti a cena? Andrea non risponde, chiede della madre. Sabrina guarda fuori la finestra, non piove più adesso ma l’aria è densa e lattiginosa, gli alberi della strada assecondano la furia di un vento teso. La mamma non è lì, la mamma è nella casa dell’ultimo trasloco, quella con le finestre basse e le grate che danno sul retro del palazzo. Non ti ricordi Andrea? è da lì che sei andato via. Eri ancora un bambino, ti ricordi Andrea?
Gli alberi lì fuori sono scossi, tremano, si piegano, sperano che il vento passi in fretta.
Andrea chiude gli occhi. Vuole l’indirizzo, ha bisogno di vedere sua madre ma prima vuole che lei gli dica una cosa.
La verità
Sabrina rimesta l’acqua nella pentola. È un gesto inutile e lo sa, ma ne ha bisogno. Ha bisogno di fare qualcosa che l’allontani, che la porti via dai suoi stessi pensieri. Rimesta l’acqua e guarda fuori. Piove. Una pioggia d’autunno livido, sembra già inverno. Chissà se Andrea… chissà se ha già… Prende dei piatti puliti e si rimette a lavare. Forse non solo le cose che fa sono inutili forse lei stessa è inutile. Aveva giurato, aveva promesso, aveva persino inventato un nuovo linguaggio, fatto di gesti senza parole, affinché quelle parole non venissero mai dette. Mai! Aveva giurato: mai mamma, mai. E invece… proprio a suo fratello, proprio a lui, per cui aveva inventato una lingua muta. Ma sì che era inutile, rimestare acqua calda, lavare piatti puliti, guardare la pioggia nera cadere da un cielo ancora più nero, non serviva a niente, non serviva toglierle dalla testa i pensieri. Chissà se la mamma… Chissà se Greg…
Greg guarda fuori: c’è una prateria di niente e verde, c’è un cielo grigio ma non di pioggia, c’è una macchia scura lontano che potrebbe essere un bosco. Quando uscirà ci andrà dentro quel bosco, a respirare aria buona, a graffiarsi le mani su qualche corteccia rugosa. Da piccolo si arrampicava sui ficus del marciapiede, chiudeva gli occhi ed era dentro una foresta. Si perdeva dentro quei boschi immaginari ma c’era sempre qualcuno, qualcosa, a richiamarlo a terra. Greg, scendi! C’è da fare questo da sbrigare quell’altro, richiami inutili lo riportavano a un mondo grigio, sporco di fumo e smog, un mondo rumoroso di gente che gridava e si affannava per niente, per cose inutili. Non scendeva mai subito, aspettava che il richiamo si facesse insistente e il tono isterico, quando il suo nemico era già sull’orlo della crisi allora flemmatico e senza scomporsi si lasciava scivolare sui i tronchi lisi. Assaporava il gusto della vittoria in una stupida battaglia di nervi. Era pronto, lui, era sempre pronto. Nervi tesi e pugno saldo. Gli bastava una minima reazione per passare dalla flemma all’assalto, bastava che qualcuno, chiunque, rispondesse al suo sguardo e raccogliesse ingenuamente la sfida. Ed eccolo lì, pronto a liberare le sue belve mai addomesticate.
Greg torna con lo sguardo alla cella. Che hai da guardare? Il compagno sgrana un rosario, non risponde, lui scaraventa un pugno inutile sulla porta di metallo.
Andrea ha deciso: deve andare fino in fondo.
ciccio detto
La ricostruzione è ricca di sensazioni e fatti. fatta davvero bene.
eppure, s’interroga Ciccio, come spingere il lettore a leggere e rileggere una storia di cui già conosce i particolari?
basta registrarne le emozioni e le sensazioni possibili e i fatti, è sufficiente creare per analogia immagini e ricostruire pensieri?
E perché poi?
gruppo SIC detto
Un post a firma “Iacono” che parla di un Greg in un sito di scrittura collettiva ci inquieta molto (abbiamo un Vincenzo Iacono in scrittura e un Greg fondatore)
Salve
adriana iacono detto
grazie per avere letto e commentato.
@ gruppo sic, non conosco il vostro Vincenzo, nè il vostro Greg, neanche il vostro gruppo veramente, però si è creato un contatto e sono curiosa di saperne di più.
@ Ciccio i fatti sono quelli noti ma i pensieri, le emozioni, le sensazioni espresse non sono solo una registrazione, sono la mia versione, la mi idea, la mia interpretazione di quei fatti. Io posso solo parlarti del mio scopo, o meglio della mia ambizione: portare a galla una traccia di umanità in questi personaggi (persone) che sembrano averla persa del tutto.
ciccio detto
sensazioni e pensieri possibili, che non cambiano i fatti.
adriana iacono detto
in realtà sui fatti c’è un margine di dubbio abbastanza ampio. Nelle documentazioni ci sono vuoti e contraddizioni vistose che lasciano molto spazio a variabili e interpretazioni.
Gianpaolo detto
Per Ciccio: Il discorso che qualcuno di noi cerca di fare o, meglio, che ha cercato di fare fino ad ora, è quello di riempire con dei personaggi, non con persone, i tanti vuoti che lascia la documentazione, tenendoli saldi, però, intendo i dati certi. Anzi sfruttandoli un po’ come uno scheletro da riempire di polpa e frattaglie.
Un potenziale lettore potrà porsi una potenziale domanda, più che legittima: “Ma chi me lo fa fare di leggere una storia che so già come va a finire?”.
In letteratura, però, ci sono alcuni casi che già lo hanno fatto. Senza voler fare nessun paragone uno di questi è A Sangue Freddo di Capote che riprende e descrive nei particolari un efferato pluriomicidio nell’America degli anni cinquanta, fatto da due balordi. A Sangue Freddo è ritenuto da molti un capolavoro, eppure chi lo legge difficilmento non sa prima come va a finire. Io, leggendolo ho sperato molte volte che la storia prendesse un piega diversa da quella che è stata la realtà, anche se sapevo benissimo come era impossibile.
Per dire che, per quanto ne so, la domanda legittima rischia di rimanere senza una risposta certa. Solo il risultato finale chiarirà se quello che abbiamo fatto ha un senso.
adriana iacono detto
come dice Gianpaolo cerchiamo di creare dei personaggi credibili partendo da una storia vera di cui conosciamo solo i fatti principali mentre delle persone, delle circostanze, sappiamo poco o nulla. Questa è una storia che a leggerla dai giornali ci fa chiedere perchè, come è possibile? ognuno di noi, a modo suo, cerca di rispondere a questa domanda.
ciccio detto
a me scrivere per riempire i vuoti, per esempio, dico i vuoti di parole sentimenti pensieri, mi lascia perplesso. Perché si rischia di essere impressionisti.
l’impresisonismo è bello, ma in pittura, musica e in poesia.
nella narativa preferisco l’espressionismo oppure il realismo.
allora, bisognerebbe condurre il lettore, che già conosce la storia, a riscoprirla. Ma non attravero l’impressionismo, ma attraverso una interpretazione della stessa che proietti una nuova luce alla vicenda. Cioè, un punto di vista reale, e non fatto di atteggiamenti estetici.
adriana iacono detto
Che il mio approccio sia impressinistico, come dici tu, o espressionistico o realistico non cambia il fatto che quando scrivo una storia ne do anche una mia interperetazione, più o meno consapevolmente magari ma è comunque una prospettiva nuova in quanto personale. A cosa ti riferisci esattamente quando parli di punto di vista reale e atteggiamenti estetici?
ciccio detto
c’è sempre una interpretazione, sicuramente.
ma una cosa è interpretare partendo da una domanda, diciamo minima, come per esempio. cosa pensava Tizio quando ha detto quella frase a Caio? Come posso rappresentare il momento in cui Tizio scopre che Caio sta affogando Sempronio.
E un’altra cosa è interpretare, cioè rivivere la storia, attraverso domande di maggior respiro, direi esistenziali, per esempio:
Perché Caio ha nascosto Tizio dentro l’armadio?
Come si vive avendo come conpagno la morte?
ecco, le prime domande per me hanno un carattere estetico e impressionistico, le seconde invece ci retituiscono un senso di realtà, e ci pongono di fronte problemi esistenziali con cui lo scrittore dovrebbe confrontarsi.
Forse.
adriana iacono detto
ma solo attraverso le domande minime, come le chiami tu, ricostruisci un percorso esistenziale. Mi spiego: come fai a rispondere alla domanda ‘come si vive avendo come compagno la morte?’ se non rispondendo alle tante piccole domande: cosa fa caio la mattina quando sa che c’è la morte dentro casa? e cosa pensa caio alla sera quando rientra a casa e sente quel puzzo insopportabile di morte? e cosa dice per nascondere a se stesso e agli altri quel fatto orrendo? e come fa una bambina ad accettare una cosa così agghiacciante? ecc… Io credo che se non ti poni prima le piccole domande non puoi arrivare a quelle più grandi (ma ho anche l’impressione che forse diciamo la stessa cosa senza capirci).