di Adriana Iacono
Sabrina prende il quotidiano e lo passa alla madre. Sulla prima pagina c’è scritto 4 novembre 1979. Quella data la ricorderà per sempre, anzi la cancellerà per sempre.
Il fratello la incalza, le dice di sbrigarsi, lei, bambina ubbidiente, fa quello che le viene detto. In un automatismo privo di coscienza razionale raccoglie altri fogli di giornale, prende le borse di plastica, porge una copertina di lana. La sua bambola giace per terra, abbandonata, un momento fa era tutto il suo mondo, la cullava la teneva stretta la pettinava, adesso la ignora. Esce dalla cucina, vuole dimenticare, ma le urla le sono rimaste attaccate alle orecchie, le ronzano nella testa, creano un mulinello nel quale si perde, una vertigine. Si chiude le orecchie con le mani poi si tappa la bocca a soffocare un grido, chiude gli occhi mentre esce dalla stanza di corsa. Non vuole più vedere, non vuole più sentire, non vuole più parlare. Vuole diventare cieca sorda e muta, anzi lo sta già diventando. La voce rimane attanagliata nello stomaco. I singhiozzi della sorella le scoppiano nella testa, si tappa le orecchie con forza rabbiosa, finché il gemito si spegne in un lamento e il lamento diventa silenzio. C’è un angolo buio del corridoio che raccoglie tutte le sue paure, si rannicchia sul pavimento, riceve l’abbraccio freddo della parete. Piange, finalmente, consolata dai muri scrostati, protetta dall’oscurità. Piange un pianto sordo cieco e muto, un pianto senza lacrime, che non fa rumore. Leggi il seguito di questo post »