Una pecora, due pecore, tre pecore, quattro, cinque, sei ….
Deve essere una serata grigia e nebbiosa, una di quelle serate in cui è meglio stare dentro che fuori, sì, deve essere così, perché non vedo né buio pesto né luce di luna né altro, soltanto grigio da quel rettangolo tagliuzzato, da quel buco nel muro chiamato finestra.
Se potessi vedermi, se potessi sollevarmi da sopra questo letto e spiarmi stando attaccato al soffitto, avrei paura del sorriso, di quel sorrisostiramentodilabbra che mi è spuntato sulla faccia mentre ho pensato che èmegliostaredentrochefuori, che poi dire ‘ho pensato’ mi pare così eccessivo quando, soltanto stando sdraiato così come sto, non ho fatto altro che puntare questi fanali di occhi proprio dritti ché non c’è verso di chiuderli. Ho provato a chiuderli, ho provato a contare le pecore che poi si sono trasformate in giorni che poi si sono trasformate in ore che poi si sono trasformate in minuti e poi in quella stramaledettissima goccia che continua a cadere da non so più quanti giorni e quante notti ché il tempo qui deve essere scappato via per non restare intrappolato anch’esso in questa stanza, in questo buco fatto di quattro pareti marce dove la muffa, soltanto la muffa, è cosa viva, talmente viva e vegeta che nutrendosi espande il proprio corpo in disegni strani sulle pareti. Quei disegni che appena entrato qui dentro mi facevano compagnia, dove cercavo e trovavo in essi quelle donne così belle che ho avuto che ho amato e che …. quelle stramaledettissime donne per cui sono qui che volevano non i miei soldi né il mio corpo né la mia protezione … no! non potevo sopportare che quella gonnella, quella chioma bionda prendesse il posto mio, nel mio ufficio, nel mio palazzo, nella mia città, che entrasse senza bussare alla mia porta e mi dicesse quello che dovevo fare, come, quando. No!, non potevo sopportarlo, eppure quelle muffe avevano tutte la sua faccia.
Clic, cloc, cluc, clooc
Una pecora, due pecore, tre, quattro, cinque, sei…
Forse domani mi tirano fuori di qui. Forse domani si apre quella porta.
Deve essere una mattinata grigia e nebbiosa, di quelle mattine in cui è meglio stare dentro che fuori, sì deve essere così perché non vedo che una luce scura e grassa entrare dal quel rettangolo tagliuzzato, da quel buco nel muro chiamato finestra.
Se potessi vedermi, se potessi sollevarmi da sopra questo letto e spiare, stando attaccato al soffitto, il mio corpo disteso come uno straccio tra gli stracci di questo letto mi verrebbe da ridere del pensiero che ho pensato di quel èmegliostaredentrochefuori in una giornata come questa che poi dire che ‘ho pensato’ mi pare eccessivo quando soltanto le parole che ho creduto di pensare sono arrivate di riflesso dall’abitudine di una vita che ti fa guardare le cose e ti mette in bocca le parole. Ho provato a camminare avanti e indietro, un passo, due passi, tre passi, quattro, cinque, sei per far passare il tempo ma il tempo qui è scappato via, ha lasciato solo la goccia, la stramaledettissima goccia a scandirlo ma non a consumarlo o a consumarsi.
Clic, cloc, cluc, clooc
Una pecora, due, tre, quattro, cinque, sei
Forse è ancora troppo presto, per questo resta chiusa la porta.
Deve essere un pomeriggio fradicio di nebbia che penetra negli occhi e te li acceca, di quei pomeriggi dove è meglio stare dentro che fuori ché fuori …. e mi viene da ridere e rido, rido forte talmente forte che mi dolgono le mascelle, mi piangono gli occhi, sussulta questo straccio di corpo su questo straccio di letto in questa stracciosissima cella e quando mi quieto, quando abbandono le braccia, quando rilascio le labbra, quando gli occhi si rimettono dritti non sento più la goccia, cerco di stare ancora più fermo, più attento, guardo il punto del soffitto da cui cadeva cercando di scorgerla, niente, non c’è niente, hanno riparato la perdita, anche la goccia è scappata non mi restano che le pecore da contare.
Uno, due, tre, quattro, cinque, sei….
disegno di: Pilerio (Tomasini Michele)

adriana iacono detto
Bello il brano, molto azzeccato il disegno. Ho sentito una forte affinità con questa cosa mia:
Ora d’aria
ronza
gira
si avvita su stessa
zanzara maledetta
piroetta intorno e mi punzecchia
noia
fastidio
irritazione
virulenta infiammazione dello spirito
per scoria di tempo suppurata
conficcata a mò di scherno tra il costerno ed il trastullo
Lucia detto
effettivamente c’è affinità, sono contenta che ti sia piaciuto. Grazie per averlo letto e per la poesia. Ciao Lucia