Perché?

di Rossella Garofalo

Riemergeva a fatica dal breve sonno. Era l’alba. Distingueva un leggero chiarore dietro le tende sottili. Aveva dimenticato di abbassare le tapparelle. Si girò su un fianco, le spalle alla finestra. Un dolore sordo alla schiena e il peso alla bocca dello stomaco gli ricordarono che cosa era capitato a Gianni. Non riusciva a stare fermo nel letto. Quella mattina doveva andare a trovarlo. Il tempo scorreva lento. Sotto il suo sguardo cambiavano le combinazioni dei trattini che formavano i numeri digitali della sveglia. Decise di alzarsi.

Andò in cucina, chiuse la porta e quasi al buio accese la macchinetta per fare il cappuccino. Preparò la tazza, prese i biscotti dall’armadio, tirò fuori il latte dal frigo. Respirava profondamente trattenendo un poco il fiato. Tentava di ossigenarsi. Gli girava la testa. Con movimenti lenti e studiati fece uscire il vapore dalla macchina e preparò il caffè. Gli sembrava di essere un automa. Neanche l’aroma familiare della sua bevanda preferita riusciva a scuoterlo. Versò il caffè nel latte appena montato. Sulla schiuma bianca si disegnò un piccolo punto interrogativo. Perché? Perché è successo? Perché proprio Gianni? Aveva nascosto la testa tra le braccia piegate sul tavolo. Non voleva pensare sempre alla stessa storia almeno per un minuto o due. Ma il cervello, come un disco rotto, riproponeva sempre le stesse parole, sempre le stesse immagini. Il rumore della porta che si apriva lo fece voltare. Serena si era svegliata. – Dovevi chiamarmi, disse. Aveva la febbre alta. Gli occhi azzurri erano lucidi, gli zigomi arrossati. “Ti preparo la colazione Sere. Però forse dovevi restare a letto” “No, mi sento meglio, devo prendere le medicine. Voglio venire con te.” Non riusciva a ingoiare il latte, doveva avere almeno trentanove. Lui le portò il termometro le fece una carezza sulla guancia.

“Non barare: anche così ad occhio si vede che hai la febbre, lo sai che non puoi uscire. Piuttosto aiutami a preparare il borsone.” Lei lo aveva abbracciato forte e si era messa a singhiozzare.

“Dai basta, falla finita. Dobbiamo essere pratici e non farci prendere la mano da questa storia. Non devi drammatizzare. Cerca di curarti bene e di tornare in forma in fretta che c’è bisogno di te. Ok?” Tono rassicurante e deciso, sorriso amoroso e bacio di incoraggiamento. “Chissà se funziona ” aveva pensato poco convinto dal suono delle sue parole. Aveva funzionato. Serena aveva ingurgitato le pillole e ritrovato la sua efficienza. Nel borsone aveva sistemato con precisione e ordine le cose di Gianni come faceva quando dovevano partire per una vacanza. Intanto lui si era fatto la doccia e la barba. “Vuoi un altro caffè?” Gli aveva chiesto Serena mentre stava finendo di vestirsi. – “Si volentieri, grazie.”

Si erano ritrovati in cucina a bere in silenzio. “Una coppia di mezza età piena di problemi, ecco che cosa siamo” aveva pensato tristemente. Doveva andare, niente commiserazione. Si era infilato il giaccone e aveva preso la sciarpa di Gianni che era rimasta sul tavolo dell’ingresso dove lui la lasciava sempre insieme alle chiavi di casa. Serena stava piangendo. Non aveva più detto una parola. Gli aveva consegnato il borsone, lui le aveva dato un piccolo bacio ruvido e si era tirato la porta alle spalle. Per strada girava poca gente. L’aria era fredda. Decise di andare a piedi alla fermata della metro. Era distante ma di tempo ne aveva.

Camminare gli era sempre piaciuto, gli dava la carica o lo aiutava a liberarsi dall’ansia, se ne aveva bisogno. Anche a Gianni piaceva molto camminare, fin da quando era piccolo. Erano stati spesso in montagna a passeggiare nel fresco dei boschi. La montagna è incantevole, specialmente a luglio quando le giornate sono lunghe e calde. Si possono ascoltare i suoni e assaporare i profumi del bosco, i sentieri e i rifugi non sono affollati. All’improvviso si ricordò del peso di Gianni nel marsupio sistemato sulle sue spalle, la prima volta che erano andati tutti e tre a Madonna di Campiglio. Il bambino aveva due anni, non stava fermo un attimo e parlava parlava. Era proprio lì che si era incantato ad ammirare il cielo per la prima volta. Aveva esclamato “Mamma guarda! Che bello tramonto!” Anche a lui era sembrato di vedere per la prima volta le montagne incendiarsi di colori di fuoco: la scoperta del mondo con gli occhi del figlio. Si fermò al semaforo. Era rosso. Sentiva la colazione che andava su e giù. Un nodo alla gola. Passò il borsone all’altra mano, era pesante. Controllò l’orologio. Era ancora presto. Attraversò l’incrocio e scese per il viale alberato. Da una pasticceria arrivava un delizioso profumo di dolci appena sfornati.Ricordò con un brivido l’odore dei crauti e delle uova a prima mattina: da giovane era stato all’università di Colonia per un corso di perfezionamento. “Un ghiottone, sei proprio un ghiottone” pensò. Si accorse di sorridere perché vide il suo riflesso in una vetrina. Abbassò la testa. Non c’era niente per cui sorridere. Scese di corsa le scale della metro. Si avvicinava l’ora di punta. Fece la coda alla macchinetta per il biglietto. Controllò il percorso sulla mappa alla parete. Riuscì a trovare posto per sedersi e sistemare il borsone che era ingombrante. L’aveva regalato a Gianni per un compleanno. Era complicato scegliere qualcosa per lui, ma questo gli era piaciuto tanto.

Il rumore della metro lo infastidiva. Aveva mal di testa per la mancanza di sonno. Scese due fermate prima per fare ancora un po’ di strada a piedi. La giornata era grigia e si era alzato un vento pungente che agli angoli delle strade tirava su mulinelli di polvere e le foglie secche.Via Filangeri, era arrivato. Decise di entrare in un bar a bere qualcosa di caldo, l’orario delle visite era ancora lontano. Si sistemò in fondo alla sala. Sul tavolino c’era un quotidiano ma non aveva voglia di leggere.

“Sono subito da lei” gli disse il cameriere, un tipo robusto, mentre si dirigeva verso un lungo tavolo addossato alla parete seguito da una signora anziana. Sul tavolo campeggiava una bilancia rossa con un grande piatto di metallo, di quelle che un tempo si usavano nei negozi di generi alimentari. La donna trascinava verso il tavolo una valigia molto pesante. Lui si era alzato per aiutarla. Lei lo aveva bloccato con un cenno della testa e un mezzo sorriso. Il tipo robusto aveva sistemato la valigia della signora sul tavolo e l’aveva aperta. Biancheria, maglioni, pantaloni, un paio di scarpe. Sapone da barba, un rasoio. Una busta di plastica con una bottiglia di vino rosso. Un barattolo di salsa fatta in casa. Una confezione di spaghetti, del formaggio, un grande pezzo di pane scuro. L’uomo scosse la testa e guardò di traverso la signora. Da un cassetto tirò fuori un grande foglio di carta pesante e scura e un rotolo di spago. Tolse di mezzo tutte le provviste e cominciò a pesare i vestiti e la biancheria. Poi preparò un pacco con poca roba e rimise il resto nella valigia.

“Cara signora solo cinque chili alla settimana non lo sa? Si possono portare solo cinque chili. La valigia pesa per questo è meglio usare la carta. Non si può usare la plastica. E’ proibito. Deve imparare se vuole aiutare suo marito. Va bene. Sono duemila lire per la confezione del pacco. Grazie. Cosa prende il signore al tavolo?”

La signora piangeva in silenzio senza neanche tentare di nascondere le lacrime: con una mano stringeva a sé il pacco e con l’altra trascinava la valigia che sbatteva contro i tavolini mentre attraversava la sala per uscire dal bar. Quell’immagine lo colpì con forza come un pugno al petto togliendogli il respiro. Solo in quel momento si era reso conto di cosa era avvenuto su quel tavolo. Anche lui doveva entrare nel mondo sconosciuto in cui Gianni era precipitato. Un mondo di cui ignorava tutto, non conosceva le regole. Non riusciva a parlare: il tipo robusto lo guardava e allora gli mostrò il borsone. Andarono insieme verso il tavolo. Le cose di Gianni si sparsero in un attimo in un mucchio indistinto. La biancheria, i maglioni, i suoi libri, i biscotti preferiti (solo con quelli faceva colazione, goloso come tutti in famiglia).

Il rumore che sentiva era il suo cuore: tonfi sordi contro la cassa toracica. Il cameriere gli stava spiegando perché in carcere certe cose non si possono portare. Sapeva tutto lui, quello che serve veramente a chi sta dentro, gli orari, le modalità delle visite. Tutte le informazioni utili. Utili!?? Gli sembrò di subire una violenza terribile: le mani di quell’estraneo che rovistava, pesava ed eliminava quello che la madre, con tutto il suo affetto, aveva scelto per Gianni.

Nessuno in quel bar sapeva nulla della sua storia, di quello che era successo, del baratro in cui erano finiti. Non pensava di poter essere così dolorosamente geloso dell’intimità delle piccole cose quotidiane. Ecco adesso il pacco era pronto. Gli abiti e gli oggetti scartati erano tornati alla rinfusa nel borsone. Questa operazione – su quel tavolo avevano appena sezionato la vita di suo figlio – costava duemila lire. Solo duemila lire.

No, grazie, il caffè non lo voleva più. Pagò, si strinse intorno al collo la sciarpa di Gianni e uscì dal bar. Stringeva forte il pacco, per trovare il coraggio. Perché dietro l’angolo c’era via San Vittore, era arrivato al Due.

2 Commenti »

  1. adriana iacono detto

    bel racconto, Rossella.
    Si legge con interesse e con la viva curiosità di arrivare in fondo e scoprire il mistero celato dietro la tragedia familiare.

  2. carmichaelcrew detto

    Rossella Garofalo ha detto

    Sono contenta che ti sia piaciuto Adriana: tempo fa avevo letto la storia di questo bar che chiudeva dopo tanti anni di attività. Questo racconto è uno dei pochi che non ho cancellato. Qualche giorno fa Luca mi ha spiegato come pubblicare sul blog con il more tag così ho provato con questo file senza avvisare nessuno del gruppo.

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