Lettera di Sabrina

di Rossella Garofalo

Caro Andrè

oggi è veramente una giornata stupenda. Non manca proprio niente. La nebbia, il cielo cupo, la pioggia che continua a cadere, l’umidità che mi fa rabbrividire e bagna ogni cosa in questa città che è triste come me. Fa freddo. Ho camminato da sola per non so quanto tempo in attesa del verdetto. Poi mi sono infilata in questo bar per nascondermi dai curiosi e dai giornalisti. Il tuo avvocato mi ha dato la fotocopia della dichiarazione che ha letto per te in Tribunale. In aula non riuscivo proprio a seguire il filo dei tuoi pensieri ma ora l’ho letta con molta attenzione.

In questi ultimi mesi ho scoperto che in qualche modo abbiamo gli stessi gusti, ci piacciono le stesse semplici cose. Mi hai regalato la foto della tua famiglia in una bella cornice. Non potevo immaginare quanto un tuo gesto gentile potesse farmi felice. Un gesto da fratello. Quando ci siamo visti prima del processo, l’altro giorno, ho cercato di scherzare, di parlare del più e del meno, di capire cose sul mio e sul tuo passato facendo domande che forse ti sono sembrate strane. Già. Anch’io vorrei sapere tutto di me, di te, di Greg, di un padre che non ho mai conosciuto veramente. Ecco perché ho paura, ho paura di sbagliare, ho paura del futuro.

Madelyn, sai volte faccio proprio fatica a chiamarla mamma, non mi ha stregata come dici tu. Io ho cercato solo di proteggerla. Lei non aveva niente. Aveva solo noi, i suoi figli. Nessuno doveva toglierle la sua bambina. Era mio dovere aiutarla. Per una come lei non serve chiedere pietà come hai fatto tu.

Sai cosa mi è tornato in mente, così all’improvviso? Mi è apparso il ricordo nitido di quel pomeriggio, prima che tutto precipitasse. Eravamo io tu e Latanisha soli a casa a guardare la televisione. C’erano i Muppets di Sesame Street. Cantavamo la canzoncina, quella di Ernie quando fa il bagno con la paperella te la ricordi? “Rubber duckie, joy of joys when I squeeze you, you make noise. Rubber duckie, you’re my very best friend, it’s true!” Paperella di gomma, gioia delle gioie, quando ti schiaccio fai rumore, paperella di gomma sei davvero la mia migliore amica!

Mamma me l’aveva comperata mesi prima la paperella gialla con gli occhi azzurri, proprio quella di Ernie. Io non l’avevo chiesta, avevo solo detto “questa è la paperella dei Muppets” una volta che eravamo insieme al supermercato.“La vuoi Sabrina? Prendila. E’ tua” mi ha detto. Io mi sono messa a cantare la canzoncina e lei mi ha abbracciato. Ricordo il suo profumo, ricordo che rideva mentre mi faceva il solletico. Ricordo la felicità di quei momenti. Mi chiamava my duckie, la mia paperella.

Del resto tu non puoi immaginare di quante cose, le più strane, ho precisi ricordi. Mi ricordo nostra madre curva a pulire il pavimento la faccia tirata, i capelli arruffati, i suoi occhi spiritati e spaventati. Mi ricordo la casa povera, triste, silenziosa e rumorosa insieme. Il lavoro che la faceva tornare a casa incazzata o disperata quando lo aveva perso. Niente fidanzati per Madelyn perchè era una con cui divertirsi, con cui togliersi qualche sfizio ma solo per una sera.

Sai è strana e dura la vita delle donne: imparano presto sulla loro pelle che gli uomini – molto spesso – si accorgono di un’altra più giovane e più bella, più spensierata della compagna che deve badare ai figli. Una sorridente e disponibile, non appesantita dalle gravidanze, dai lavori di casa, dal sonno arretrato di chi accudisce bambini piccoli. Una che si trucca, si veste bene e fa gli occhi dolci. Questo è successo a Madelyn, questo è successo a me: io sto ancora lottando. Ho vinto solo la prima mano.

Madelyn, anche prima che la sua vita prendesse i colori della tragedia, si sentiva in colpa. Per non essere riuscita a tenersi il marito, per non averci assicurato un’esistenza degna di questo nome. Dopo la morte di Latanisha nostra madre ci ha lasciato andare, ha dovuto. Ci ha consegnato a famiglie sconosciute. Greg è finito male.

Veramente questa donna ha vissuto con la sua colpa. Perché è una colpa anche essere una qualunque, una perdente, una che non ce la fa. Come dici tu era pazza di dolore, ma ci amava tutti di un amore da lupa. Quella di Madelyn, sinceramente, tu la puoi chiamare vita? Ma davvero credi che lei non fosse cosciente di quanto stava succedendo? Non ti chiedi come abbia fatto a resistere tanti anni sola, con il cadavere della figlia accanto al letto. Con le voci, i pianti e le urla nel suo cervello. Tu non lo sai ma lei ha cercato di farla finita. Una volta si è tagliata le vene con una lametta. Ho trovato una lettera in cui lo raccontava a nostro padre e ci affidava a lui. Quella lettera non l’ha mai spedita. Non c’era l’indirizzo sulla busta.

Sono stufa ormai di tutta questa inutile ipocrisia. Sì perché chiedere giustizia – qui e oggi – alla fine è solo una maniera ipocrita per mettersi la coscienza a posto. Lo sai vero chi sarà la sola a pagare per quello che è successo a Latanisha? Non sarà certo quel figlio di puttana di nostro padre. Lui non c’era. E’ innocente per la legge. Lui non ha fatto nulla. Nulla. Ma un uomo che riesce a svegliarsi ogni mattina senza il pensiero di avere abbandonato da qualche parte dei figli, bè non credo che possa essere definito tale. Non nutro rancore per lui. Lo odio. Prima o poi lo cercherò. Prima o poi. Se sono così tormentata lo devo anche a lui. A mio padre l’assente. Incapace di dare amore e di parlare. Ma anche di ascoltare e capire, di andare oltre l’apparenza. Anche tu a volte sei così.

In fondo grazie a voi – si, anche tu – adesso sono quello che sono, la testa piena di nebbia, di sentimenti confusi e la voglia di vivere che mi fa male nel petto. Per questo vorrei scappare lontano da tutto e da tutti, vorrei rifugiarmi dove nessuno possa vedermi per gridare con tutta la forza che ho in corpo e sconfiggere questo senso di vuoto che mi porto dentro e non mi fa dormire la notte.

Invece sono qui al tavolino di questo bar davanti alla tazza vuota del caffè a scriverti cercando disperatamente le parole giuste per spiegare i miei pensieri, la mia vita, mentre le lacrime mi offuscano la vista e l’emozione mi stringe la gola.

E’ questo il motivo per cui ho tanto bisogno di amare. Ecco perché provo un desiderio così intenso di cullare un bambino, di fargli sentire il calore del mio affetto e la protezione delle mie braccia intorno a lui. Ecco perché vorrei per me la sicurezza di essere amata, perché non devo sbagliare come Madelyn.

 

Perché lei ha sbagliato, lei era con noi, lei ha provato farci da madre. Madre incapace, madre non all’altezza del suo compito, madre pazza. Colpevole per la legge.

Quando ho incontrato il mio uomo ero solo una ragazzina. Mi sentivo talmente insignificante e sola che credevo di non meritare di essere amata da nessuno. Con lui piano piano ho imparato a respirare. Ho capito che avevo il diritto di esistere, di essere. Oggi ho i miei figli che amo tutti dello stesso grande amore. Sarò sempre disponibile per loro. Ci sarò quando faranno la cosa giusta, ma anche quando sbaglieranno sarò lì, accanto a loro.

Per un po’ di tempo ho ospitato Madelyn a casa mia. Stava molto male così ho dovuto prendermi cura di lei, farle da madre. Non potevo più essere sua figlia. Pensa proprio io che sono rimasta tanto a lungo prigioniera del mio sogno infantile – una casa bella genitori sorridenti figli contenti una famiglia felice – ho fatto da madre a mia madre.

Da sempre so che lei quella sera non voleva uccidere Latanisha: per quello che ha fatto e per quello che non ha fatto è stata punita dalla vita. Il cancro l’ha già condannata senza possibilità di appello.

Io oggi in aula mi sono vergognata, ho cercato di farmi piccola, di rendermi invisibile. Non riuscivo a guardarla. Non volevo tutto questo per lei, per noi. Ma tu non c’eri. Non c’era Greg che è in prigione.

Quando ne aveva bisogno non c’era il marito, non c’era la sorella, non c’era la famiglia, non c’erano quelli del servizio sociale, non c’erano amici a darle una mano. Era malata e nessuno ha curato la sua malattia. Era sola a sbagliare ed era sola oggi quando davanti a tutti l’hanno accusata di perversa indifferenza per la vita umana.

A chi hai chiesto pietà con la tua lettera? Per cosa chiedi pietà? Ti sei domandato, per caso, solo una volta, quanto siano innocenti tutti gli altri?

Un bel gesto il tuo, nobile. Non richiesto. Spontaneo. “Non possiamo rinunciare alla conoscenza solo perché questa conoscenza è terribile. Così come non possiamo rinunciare alla giustizia solo perché questa giustizia ci annichilisce.”. Belle parole. La giustizia deve essere giusta Andrè, non annichilire. Giusta la punizione per i colpevoli.

Adesso il verdetto è stato pronunciato, la condanna è stata espressa. La giustizia ha trionfato. I cittadini di New York anzi del mondo intero odiano – giustamente – questa donna tanto orribile che, tu suo figlio, non vuoi più vedere. Giustizia è fatta.

Triste che tu te ne vada senza comprendere. Porti via con te il segreto che io ho voluto conservare perché dici che questo ci divide. Viviamo in un oceano dove le nostre storie si incrociano e si confondono con un mare di altre storie. Domani sui giornali si parlerà d’altro e Madelyn comincerà a scontare la sua pena, secondo la legge.

Dei nodi misteriosi ci hanno tenuti legati in tutto questo tempo nelle tempeste e nella bonaccia: penso che solo a pochi sia dato di ritrovarsi in un mondo tanto grande. Io porto con me un’immagine, non parole, come un piccolo tesoro. La porta di casa si apre. Tre bambini seduti davanti alla televisione si alzano di scatto e corrono incontro alla mamma che ha le buste della spesa in mano. Siamo noi tre che cantiamo una canzoncina per Madelyn che rientra dal lavoro.

Dici che succede, a volte, che le cose più evidenti sfuggano allo sguardo. E allora chiudi gli occhi Andrè e guarda la nostra storia. Il futuro può ancora cambiare. Tra uccidere e morire sai c’è una terza via. Vivere.

Ti voglio bene

Sabrina

 

 

 


5 Commenti »

  1. adriana iacono detto

    la lettera mi piace è ben scritta e mi convince. Ci sono però dei punti in cui piuttosto che la voce di Sabrina sento la tua. Sarà perchè chiama spesso la madre per nome, sarà perchè sento una voce più sofisticata di quella che immagino abbia lei, sarà perchè mi riesce difficile pensare che una figlia parli in maniera così diretta della vita sessuale della madre, non saprei dire con precisione. Comunque, a parte questo, la sostanza c’è e mi pare molto buona. Mi è sembrato anche di cogliere una citazione al racconto di Giulio quando parli della dichiarazione fatta da Andre in tribunale, se è così è molto ben riuscita.

  2. carmichaelcrew detto

    la lettera è verosimile, possibile, ricca di psiegazioni.
    però, non mi restituisce delle immagini.
    troppo concettuale.

  3. carmichaelcrew detto

    Rossella Garofalo ha detto,

    Adriana ho immaginato questa lettera come risposta di Sabrina ad Andrè che, aiutato dal suo avvocato, ha chiesto ai giurati pietà per la madre. Sabrina scrive al fratello ma scrive anche per sé. Le fa bene parlare della madre come di Madelyn, mettere una certa distanza tra sé e la sua storia di figlia e di donna. C’è anche un passaggio – proprio quello in cui Sabrina parla del rapporto di Madelyn con gli uomini e del destino delle donne in cui dovrebbe emergere che anche il suo matrimonio è in crisi. Sabrina è una che ci prova a vivere, una che si sforza di ragionare con la sua testa. Lei non odia Madelyn per un motivo che non conosciamo (ancora): ha dato il nome della madre a sua figlia.

    carmichaelcrew: chi sei?

  4. adriana iacono detto

    Sì Rossella, capisco. Non contesto la rappresentazione che hai fatto di Sabrina, più che altro è il tono che non sempre mi convince. Anche se, come dici tu, chiamare la madre per nome serve a dare una certa distanza non mi suona naturale. Comunque il tuo racconto ha una sua consistenza.
    Credo che Carmichaelcrew sia Francesco, succede che se facciamo i commenti da ‘dentro’ il blog invece del nostro nome spunta quello con cui siamo registrati.

  5. ouspensky detto

    cara Rossella, ma sei sicura di non esser Tu Sabrina?
    E sei sicura che il bar non é il Forum del tribunale di Milano?
    E sei sicura di non esser innamorata di quel ragazzo bruno alto, bello, amato da tutti e che aspetti da una vita? Insomma, di me?
    Non hai che da chiamarmi.
    Saluti e baci.

    Ouspensky

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