Breakbeat

di Mirfet Piccolo

Gmail notify fa BIP, e precisa: a new message from [ilcasocarmichael]. Sono tentata di leggere l’ennesimo nuovo messaggio, ma non lo faccio, non ora, non di fretta. Dopo, mi dico, questa notte, che la notte mi piace e mi fa respirare più a lungo, più in profondità. Ma arriva la notte e non leggo. Non ora, non così stanca. Si stanno dando da fare, penso. Ed io scrivo, pure, e penso, con loro e senza di loro. Con loro stando senza di loro. Penso che tutti noi abbiamo una vita che è altro dallo scrivere, che è il troppo lavoro o quella perpetua semi-disoccupazione che ti snerva, che è una famiglia da proteggere o dalla quale proteggersi. Cercando sempre di rimanere in piedi, di mantenere il ritmo dei propri passi, cercando di non cadere.

A volte mi immagino i miei colleghi, creo i loro visi o piccoli particolari della loro personalità avendone poco o nessuno di partenza. Marianna è una bella donna, bionda, e dal viso un po’ ovale; ascolta De Andrè in solitudine. Lucia ha delle splendide mani, lunghe e affusolate. Gianpaolo è alto, spalle larghe, ed è goloso. Guido porta gli occhiali, e cammina un po’ curvo, e quando sta per dire qualche cosa che gli preme lo si capisce dal sopracciglio che si alza. Rossella è la donna dal sorriso ampio e generoso, adora il colore verde. Adriana è minuta, e va pazza per le more. Immagino. Ne ho bisogno per dare un ritmo piacevolmente imprevedibile alla mia vita quotidiana, per fare un po’ di breakbeat alla Chemical Brothers, per capirci.

Il Caso C.. Mi piace chiamarlo così, con quella lettera C. che è di tutti e di nessuno. Anonima e collettiva. Potremmo dire D, E, F … e via con tutto l’alfabeto, e non farebbe alcuna differenza. Il mondo è pieno di genitori che ammazzano i propri figli, e di figli che ammazzano i propri genitori. Qualcosa non va, penso. La comunicazione è sfasata. Break the beat. Uno di troppo, forse.

5 Commenti »

  1. Ehi, ma io li ho davvero gli occhiali… come ha fatto Mirfet a capirlo? Ma allora è vero che dalla nostra scrittura si capisce molto, forse tutto, di quello che siamo…?
    Ma non mi piace averli, gli occhiali. Vorrei avere occhi belli e agili, flessibili e in grado di farmi vedere il mondo così com’è – senza sovrastrutture illusorie, o peggiorative o consolatorie. Qualche anno fa mi sono imbattuto negli studi di un medico americano attivo nella prima metà del ’900, William Bates. Tra le tante cose che ha fatto nel corso della vita, ha anche elaborato un «metodo» che porta il suo nome che dovrebbe far recuperare la vista a chi ha problemi, gettando per sempre i maledetti occhiali. Io quel metodo l’ho (perlomeno una sua parte) sperimentato su me stesso, e il progressivo inesorabile peggioramento della mia vista pronosticato dal mio oculista quando ero ancora adolescente si è arrestato. Di migliorare, però, i miei occhi sembrano non volerne sapere. Si sono accomodati lì, con le loro strane asimmetrie, e io se voglio vedere decentemente da lontano devo mettermi le lenti. Accidenti.

    Sul caso Carmichael sto preparando una cosa. Uno scritto. Parte dagli articoli di giornale che Giulio Mozzi aveva raccolto nel dossier che è stato il primo nucleo di questo progetto. Non so in quanto tempo verrà pronto – qualche giorno, qualche settimana. Nel frattempo potrei non dar segni di vita, però ci sono. Partecipo, leggo. Faccio quella cosa che Mirfet ha descritto così bene: «Tutti noi abbiamo una vita che è altro dallo scrivere, che è il troppo lavoro o quella perpetua semi-disoccupazione che ti snerva, che è una famiglia da proteggere o dalla quale proteggersi. Cercando sempre di rimanere in piedi, di mantenere il ritmo dei propri passi, cercando di non cadere».
    A volte penso che questo proteggersi dalla propria famiglia, questo cercare di restare in piedi e di mantenere il ritmo dei propri passi, nei posti da cui vengono i Carmichael non si può fare. Il ghetto che hanno intorno è troppo pesante, troppo preponderante rispetto ai desideri degli individui. È un pensiero sgradevole perché forse significa che io ho avuto soltanto la fortuna di nascere in un ambiente più favorevole, e che quelle che ho considerato per un pezzo una mia abilità e una mia forza altro non erano che gentili concessioni del fato. Forse, nascendo in un ghetto, avrei dato una mano a mia madre a uccidere una mia sorella.
    Ma io una forza ce l’ho, penso. Cerco di pensare. Cerco di convincermi. Non ho mai ucciso nessuno.
    Questo è il caso Carmichael cui sto girando intorno.
    Guido Tedoldi

  2. adriana iacono detto

    Mirfet, la tua descrizione mi calza a pennello!
    Guido quando dici ‘forse, nascendo in un ghetto avrei dato una mano a mia madre a uccidere una mia sorella’ vai dritto al cuore del caso Carmichael, non ci giri intorno.

  3. MIR detto

    @ Giuido: neppure a me piace portare gli occhiali. Ho sempre la sensazione di vedere una realtà diversa o, peggio ancora, che chi mi guarda non possa vedere realmente chi sono.

    Le tragedie come quelle dei C. comunque avvengono anche in ambienti considerati “favorevoli”. Dall’altro lato, però, crescere e vivere nella miseria rischia di far di te una persona miserabile, soprattutto perchè non si conosce una realtà, un modello di vita, diverso.

    @ Adriana: allora quando ci vedremo faremo una bella scorpacciata di more (stagione permettendo). Anche a me piacciono molto, ed in particolare quelle selvatiche…slurp!

  4. Simone detto

    Sei grande Miri…

    Simo

  5. francesco detto

    “il mondo è pieno di genitori che ammazzano i propri figli, e di figli che ammazzano i propri genitori.”
    veramente?

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