Il mio diario di bordo
di Guido Tedoldi
C’è questa madre, una nera poco istruita dei ghetti americani. Un personaggio che i telefilm polizieschi ci hanno mostrato in tutte le sfaccettature. Ha una caterva di figli, che deve tirar su sperando che non si corrompano ma con la consapevolezza di non essere del tutto capace di assicurare loro un futuro economico decente. Molto probabilmente i suoi figli hanno padri diversi l’uno dall’altro.
Niente di eccezionale, finora. Cose già viste.
Questa donna ha nell’armadio il cadaverino di una delle figlie. La bambina è morta da 20 anni, forse l’ha uccisa proprio lei, la madre.
Questo è eccezionale. Siamo fuori da ogni evidente destino. La nostra cultura è capace di accogliere molte diversità, di tollerare molte eccentricità individuali. Ma questa è proprio strana. È un nodo di tensioni e di dolori, è intelligenza che va al di là della cultura, è una parola non detta per la presunzione che nessuno la volesse ascoltare.
Questa madre adesso è morta. Chi ha parlato del suo caso finora, in pratica l’ha condannata. Uno dei figli è cresciuto criminale, un altro ha denunciato la vicenda alla magistratura, un’altra si è rifugiata nel silenzio. Poi giudici, avvocati, assistenti sociali, poliziotti.
Poi giornalisti.
Oggi siamo in una brutta epoca per la professione giornalistica. Molti di coloro che la praticano scelgono di essere «neutrali» e «oggettivi», come se questo esaurisse il loro compito. Riportano tra virgolette le parole delle autorità, e pensano di fare cosa furba perché così in caso di querela la tempesta colpirà prima le autorità lasciando loro al coperto.
Ma neutralità e oggettività sono strumenti. Vanno usati sempre. Non è da questi particolari che si giudica un giornalista, canterebbe De Gregori. Il giornalista lo si giudica dalle notizie che va a cercare, dalle persone che va a intervistare, dagli argomenti che usa a sostegno delle sue tesi. Il giornalista, come dicono in certi giornali anglosassoni, è lo storico del presente e non sempre la storia è raccontata bene dagli aspetti più evidenti. Delle volte a rivelare le cose sono i particolari più nascosti. Il mestiere consiste nell’andare a scovarli.
A giudicare dai materiali raccolti da Giulio, i giornalisti hanno fatto un lavoro mediocre. Hanno solo sfiorato il punto. Ce l’avevano lì, ma hanno solo raccontato neutralmente e oggettivamente quello che vedevano. Non hanno fatto domande, non sono andati a cercare. Quando hanno intervistato persone, non sono andati sotto la superficie delle loro parole.
Per quello dobbiamo intervenire noi.
Intendiamoci, oggi funziona così. Non è solo un problema dei giornalisti newyorkesi. Le migliori penne italiane si sono molto esercitate, recentemente, su un caso di infanticidio. Quello di Cogne, sì. La loro mancanza di efficacia è sotto gli occhi di tutti.
Ma è proprio nostro compito determinare la verità? Se non ce la fanno coloro che sono preposti a farlo (i poliziotti, i magistrati, gli psicologi) come possiamo farlo noi? Peraltro noi abbiamo informazioni di seconda, terza e quarta mano, mentre i tecnici preposti erano là sulla scena del crimine, hanno visto di persona e interrogato testimoni e operato al meglio di quanto potevano per ricostruire esattamente i fatti.
Cosa c’entriamo noi?
Be’, noi siamo quelli che in questo mondo ci vivono. E lo facciamo meglio se sappiamo le risposte. È un’esigenza di chiarezza e verità che ci portiamo dentro in quanto esseri intelligenti. Come possiamo vivere in un posto in cui delle madri fanno certe cose… dobbiamo darci delle risposte, dobbiamo capire.
Scusate.
Ho parlato al plurale, come se interpretassi con certezza le volontà di tutti noi.
Ma forse non è così. L’incipit di Gianpaolo, per esempio, postato nelle ultime ore e incentrato sull’episodio della morte di Latanisha, mi fa pensare che c’è almeno un altro punto forte nella vicenda Carmichael: la morte della bambina. Oltre allo sconcerto per la follia inspiegata della madre, c’è l’orrore per l’omicidio di un’infante.
Scusate ancora.
Continuo a girarci intorno, ma non sono sicuro nemmeno di aver posto le giuste premesse.
Guido Tedoldi