Etica

di Mirfet Piccolo

etica4.gif- E se raccontando questa storia facessimo del male a qualcuno della famiglia C.?
- Come dovremmo raccontarla questa storia, fermo restando che non vogliamo procurare altro dolore?
- Sarebbe sufficiente raccontare la storia senza adottare un approccio cronachistico?
- E se cambiassimo i nomi veri, i luoghi, ecc.?
- Quale voce facciamo parlare?
- E se parlassero tutte, se ognuna di queste voci raccontasse la sua storia?
- Chi è il buono?
- Chi è il cattivo?
- Tutti? Alcuni? Nessuno?
- E noi?

Noi scriviamo.


- Si, ma quale di queste voci parlerà per prima?
- Cosa dice?
- E se poi qualcuno della famiglia C. leggesse cosa abbiamo scritto?

Queste sono solo alcune delle domande che ci stiamo ponendo.

7 Commenti »

  1. Lucia detto

    Ciao Mirfet, buon inizio e buon ritorno. Lucia

  2. francesco detto

    lo scritore americanoTruman Capote pubblicò nel 1966 A sangue freddo che suscitò una serie di polemiche di carattere letterario ed etico sociale. Difatti il romanzo registra oggettivamente un fatto di cronaca nera. lo sterminio brutale di una famiglia da parte di due psicopatici. Tutto il materiale presente nel libro è derivato dalla osservazione diretta e dalla frequentazione dei colpevoli.
    L’autore vene accustao tra l’altro di voyeurismo cinico.
    Ecco, Tuman Capote potrebbe venirci in aiuto?

  3. Magari Aristotele può soccorrervi.
    A quel che ho letto, i protagonisti della vicenda sono tutti esseri umani. Per certi aspetti potrebbe sembrare un film di Shyamalan. Per altri no. è certo difficile. difatti ne discutete;-)
    pensavo. a peter pan.
    di questo ragazzino che non vuole crescere. e, non so, se la piccola veniva picchiata perché non mangiava…non mangiare=non crescere.
    ma anche morire=non crescere.
    forse assurdo.
    non so.
    però, per quel che riguarda le vostre domande.
    la vostra narrazione prenderà spunto da questa vicenda. e sarà giusto dirlo. ma sarà anche appropriato dire che è altro, da questa vicenda.
    scrivere non è facile.
    accettare che ciò che si scrive possa colpire chi legge. a dispetto, anche, della propria volontà.
    bella questione, eh.
    ciao, e in bocca al lupo per il proseguio;-)

  4. marianna detto

    @ Francesco: noi non sappiamo se anche ai protagonisti del caso C. sia stata diagnosticata una piscopatia, e, soprattutto, non abbiamo la possibilità di frequentarli. Questo per me fa una differenza tra noi e Truman Capote.
    (da ultimo: potessi conoscere i C. credo che non scriverei nulla su di loro)

    @ Andrea: crepi il lupo!
    Scioccamente, forse, io non voglio accettare che ciò scrivo possa colpire e ferire chi legge. L’intento è scrivere “colpendo” ma senza ferire. Sì, la nostra narrazione è decisamente altro, o quanto meno anche altro, dalla vicenda. Altrimenti che senso avrebbe scriverne?
    in calce a un film beccato qualche notte fa in tv (“Certi bambini”) c’era una citazione (non ricordo di chi) che più o meno diceva: “c’è chi scrive storie per mettere ordine nella realtà e chi scrive storie per rispondere a delle domande”. Ho trovato il finale di quel film perfetto: le domande sono rimaste senza risposta e assolutamente nulla era stato messo in ordine.

  5. e perché, “scioccamente”? non è una cosa sciocca. ma di ferire, può accadere. ed esserne consapevoli credo aiuti. non lo so. non ho visto quel film, ma sembra interessante, grazie. per la risposta, e la segnalazione. ciao.

  6. francesco detto

    io mi sono fatto una domanda: in che modo Capote ha scritto una storia realmente accaduta, come ha raccontato di due serial killer realmente esistiti?
    come ha affrontato il suo problema etico (parlare di due delinquenti e farne due eroi o due perversi, accondiscendere alla curiosità del lettore, alle sue aspettative, esaltare biasimare o descrivere, e come … )?
    naturalmente, non ho risposte, anche perché il romanzo non l’ho letto!
    ps. non credo che nel Caso C. la psicopatia possa essere un effetto scatenante da sfruttare narrativamente, piuttosto potrebbe essere punto d’arrivo.

  7. l'apprendista detto

    Il cinema, e non intendo i documentari, molte volte ha raccontato “storie vere” facendone altro. Adesso mi viene in mente Elephant di Gus Van Sant sulla strage del liceo di Colombine (ne ha tratto un docufilm anche Moore, di tutt’altra scrittura).

Feed RSS dei commenti su questo post · TrackBack URI

Lascia un Commento