002. Un racconto
Dichiarazione alla giuria
un discorso per interposta persona
[tratto da Fiction di Giulio Mozzi, Einaudi 2001]
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Signore e signori della giuria!
Per prima cosa devo scusarmi con voi per non essere mai stato presente – nemmeno oggi – al processo. Non ne ho avuto il coraggio. La persona giudicata è mia madre, l’accusa è di avere uccisa mia sorella, mia sorella gemella, vent’anni fa, quando aveva due anni, e di averne conservato per vent’anni il povero corpo, avvolto in una coperta e messo in un sacco di plastica, dentro un armadietto di metallo. Così dice la formula accusatoria; così i cronisti riassumono il caso. Per me è già difficile pensare questo, potete immaginare quanto sia stato difficile scriverlo su questi fogli di carta. Dirlo, davanti a voi, leggendo parole già preparate, forse mi sarebbe stato possibile, con un estremo sforzo; ma davanti a mia madre, no: questo è proprio impossibile. D’altra parte – questo è risultato evidente nella fase istruttoria – non sono in grado di fornire alcun elemento che possa risultare utile per il vostro compito. Paradossalmente è per una mia decisione, lo so, che questo giudizio si è aperto; sono stato io il primo, non a sospettare di mia madre, ma a volerla giudicata; tuttavia la scena del giudizio è insostenibile per i miei occhi. Il vostro compito è difficile e doloroso. Io non vi conosco, ma ho fiducia in voi. So chi siete: uomini, donne, persone umane come me. Tutti siete figli o figlie, molti di voi sono padri o madri. Anch’io, oggi, sono padre.
Questa dichiarazione non è stata sollecitata. In particolare: non è stata sollecitata né da mia madre né dall’avvocato che la difende. Il mio avvocato, quando gli ho detto di voler scrivere una dichiarazione, e gliene ho accennato il contenuto, mi ha vivamente sconsigliato. Quando gli ho sottoposto una bozza, ha ribadito la sua opposizione. Poi ha ceduto: è il mio avvocato, cura i miei interessi, ma sono io che decido quali sono i miei interessi. Anche se, in una situazione come questa, parlare di interessi suona molto strano. Qualunque cosa voi, signore e signori della giuria, decidiate sulla testa di mia madre, io non avrò nessun vantaggio e nessuno svantaggio. Sapete che non ho chiesto risarcimenti economici: la mia vita non ha bisogno di mia madre. Sono cresciuto in una famiglia che mi ha accolto quando avevo poco più di due anni. Di mia sorella gemella ho avuto, fino a pochi mesi fa, solo ricordi che sembravano sogni; e che io stesso credevo sogni. Sono stato cresciuto da un padre e da una madre non carnali, ma morali e spirituali. Quando ho desiderato conoscere la mia madre carnale, non avevo nessuna intenzione di cambiare la mia vita. Ero guidato dalla curiosità di sapere da dove venissero i miei occhi, i miei zigomi, i miei capelli. Una curiosità inevitabile per chi è nella mia condizione. Un desiderio che chiunque può capire. Ora so da dove vengono, i miei occhi, i miei zigomi e i miei capelli. Ciò che ho scoperto è terribile. Ho imparato questo: non possiamo rinunciare a una conoscenza solo perché questa conoscenza è terribile. Così come non possiamo rinunciare alla giustizia solo perché questa giustizia ci annichilisce.
Più volte, in questi mesi, ho portato il mio avvocato sull’orlo della disperazione. Gli ho impedito di fare quasi tutto quello che di solito fanno gli avvocati. Io ho la massima fiducia in lui. Più di qualche frase in questa dichiarazione è stata perfezionata grazie al suo consiglio. Quindi, benché questa dichiarazione possa in effetti apparire come una parziale smentita del suo lavoro, vi prego di credere che non è così: io, ripeto, ho la massima fiducia in lui – e lui, quando sono finalmente riuscito a esprimere con chiarezza il mio desiderio, lo ha liberamente condiviso. Ciò è accaduto solo pochi giorni fa, quindi a pochi giorni dalla conclusione del procedimento. Era molto difficile, per me, esprimere con chiarezza il mio desiderio. Toccherà a lui, al mio avvocato, presentarvi e leggervi questa dichiarazione; in questo momento lui è davanti a voi e sta leggendo queste mie parole con la sua voce. A quest’uomo potrete chiedere tutti i chiarimenti necessari, potrete interrogarlo come se interrogaste me. Io, preferisco tenermi in disparte.
Lo scopo di questa dichiarazione, non voglio nasconderlo, è di invitarvi alla pietà. Io credo che voi siate persone di buon senso e desiderose di giustizia. Faccio appello al vostro buon senso e al vostro desiderio di giustizia. Succede, a volte, che le cose più evidenti sfuggano allo sguardo. Ascoltando le relazioni del mio avvocato, leggendo la documentazione man mano prodotta, leggendo ciò che giornali hanno voluto scrivere, ho avuto l’impressione che una cosa evidente sia sfuggita allo sguardo di tutti. Perciò desidero farla notare, offrirla al vostro sguardo e alla vostra riflessione. Non intendo condizionare il vostro giudizio. Vi prego di non pensare a me – anche se credo che sia impossibile – come al figlio di mia madre. Pensate a me, vi prego, come a una persona che ha notato una cosa sfuggita ad altri; come a una persona che nel bel mezzo di un frastuono ha percepito un suono sottile. Per concentrarmi nell’ascolto di questo suono sottile, signore e signori della giuria, mi sono astenuto dal partecipare alle udienze: pur restando naturalmente a disposizione vostra, dei signori magistrati e dei signori avvocati.
Se mia madre avesse uccisa sua figlia, mia sorella, e si fosse liberata del piccolo corpo in uno dei tanti modi che di solito si usano per liberarsi di un corpo morto, di una cosa ritenuta pericolosa – le cronache dei giornali sono piene di questi fatti – voi sareste stati chiamati a giudicarla per l’uccisione di sua figlia, mia sorella. Invece mia madre ha uccisa sua figlia, mia sorella, e per vent’anni ne ha conservato il corpo, avvolto in una coperta e in un sacco di plastica, in un armadietto di metallo che ha portato con sé di trasloco in trasloco: così che voi siete stati chiamati a giudicarla non solo per l’uccisione di sua figlia, mia sorella, ma anche per il suo comportamento successivo. Non mi addentro nella definizione degli specifici reati: questa è materia che non mi riguarda, come non mi riguarda la questione – importantissima invece per voi, signore e signori della giuria – del come e del perché mia madre abbia ucciso sua figlia, mia sorella: se l’abbia uccisa intenzionalmente, come con qualche ragione sostiene l’accusa; se l’abbia uccisa senza intenzione o almeno preterintenzionalmente, come con qualche altra ragione sostiene l’avvocato di mia madre; se l’abbia uccisa senza intenzione specifica ma non senza responsabilità, abituata com’era a picchiarla, come sostiene l’avvocato dell’Associa-zione contro le violenze ai minori, parte civile.
Il vostro compito, signore e signori della giuria, è di accertare la verità: la verità di un fatto accaduto vent’anni fa in assenza di testimoni adulti. Io avevo due anni. Di quel fatto, come ho già detto, mi sono rimasti solo ricordi che somigliano più a sogni, che a veri e propri ricordi. Mia sorella maggiore fu mandata nella sua stanza e vi restò rinchiusa per qualche giorno. Mio fratello maggiore non era in casa. Accertare la verità è un compito difficile: vi ringrazio, signore e signori della giuria, per non aver ceduto alla tentazione di scambiare per verità ciò che appariva a prima vista. Riconosco che l’esame delle prove e l’ascolto di chiunque potesse fornire una sia pur minima informazione, sono stati accuratissimi. L’indagine sull’operato dei servizi di assistenza sociale – forse colpevoli di omissioni: ma non spetta a me parlare di questo – non ha guardato in faccia a nessuno. Il mio avvocato mi ha tenuto informato quasi giorno per giorno. Mi sono reso conto, signore e signori della giuria, che un vero spirito di giustizia vi ha animati. Ho il massimo rispetto per chi è chiamato, come voi, a un compito così difficile. So che nell’ambito di un procedimento giudiziario la verità si forma in un modo particolare. So che la verità giudiziaria è un tipo specifico di verità, e che come cittadino devo rispettarla. So che la verità giudiziaria è l’unico tipo di verità ammesso in quest’aula, e questo è ciò che mi rende difficile dirvi ciò che intendo dirvi.
Non ho intenzione di proporvi un’altra verità. Tutto ciò che desidero è: invitarvi alla pietà. Con l’aiuto del mio avvocato ho scelto con cura la parola: non vi invito alla clemenza, ma alla pietà. Non vi sto proponendo una scelta nell’ambito del diritto, vi sto proponendo un atteggiamento umano. Vi dico: abbiate pietà, signore e signori della giuria, di mia madre, di questa persona che ha ucciso sua figlia, mia sorella, e che per vent’anni ne ha conservato il corpo, avvolto in una coperta e in un sacco di plastica, in un armadietto di metallo. Vi dico: osservate questa donna con gli occhi del vostro cuore, e lasciate che il vostro cuore si riempia di pietà.
Devo dire: mia madre non ha il mio perdono. Voglio che lo sappiate. Ha ucciso mia sorella. Come potrei perdonarla? Non m’inte-ressa se l’abbia uccisa intenzionalmente o preterintenzionalmente. Non m’interessa sapere se la picchiava regolarmente o saltuariamente. Dato il verbo uccidere, per me hanno poco senso gli avverbi. Voi, signore e signori della giuria, stabilirete invece una verità giudiziaria: di questa verità giudiziaria, e del giudizio e della pena conseguenti, non m’importerà nulla. Mia madre ha ucciso mia sorella, sua figlia. Io non posso perdonarla e non intendo perdonarla. Ma non voglio negarle la mia pietà.
Ecco: vi invito a fare una distinzione. Mia madre ha ucciso sua figlia, mia sorella, e questo è un fatto. Mia madre ha conservato il corpo di sua figlia, mia sorella, per vent’anni, avvolto in una coperta e in un sacco di plastica, dentro un armadietto di metallo. Questo è un secondo fatto. Un secondo fatto, che vi invito a considerare distintamente dal primo.
Per questo secondo fatto, io ho pietà di mia madre. Voi sapete come sono andate le cose: io ho desiderato conoscere la mia madre carnale, un desiderio normale e naturale, e ho compiuto tutti gli atti necessari per conoscerla. La ho cercata. Ho trovato prima mia zia, sua sorella; poi mia sorella maggiore, Sabrina. Sabrina ha cercato di fermarmi. Io so, ho sempre saputo, e anche nel dibattimento è stato dimostrato – così credo – che le intenzioni di mia sorella erano buone. Sabrina sapeva che il mio intenso desiderio, la mia testardaggine, mi avrebbero condotto a scoprire un grande male. Ha cercato di fermarmi, ma non mi ha negato le informazioni che poteva darmi: un numero di telefono, un indirizzo. Così ho telefonato a mia madre, ho suonato il suo campanello. Così ho conosciuto una donna che non conoscevo: per me questa donna era, è tuttora, più che mai, una perfetta sconosciuta: un mistero. Quando la ho conosciuta, subito ho pensato: questa donna è pazza di dolore. Ho avuto pietà di lei. Questa pietà non mi ha ancora abbandonato, e credo che non mi abbandonerà mai.
La prima cosa che ha fatto mia madre, appena ci siamo conosciuti, appena ha capito chi ero e appena io sono stato certo che lei era veramente colei che cercavo – le ho guardato gli occhi, signore e signori della giuria, le ho guardato le sopracciglia e gli zigomi e ho pensato: questa è mia madre: e ho pianto –, la prima cosa che ha fatto mia madre è stata: domandarmi notizie di mia sorella gemella. Io non sapevo di avere una sorella gemella. Fui tentato di correre da Sabrina. Non lo feci. Domandai all’assistenza sociale. Mi dissero che sì, mia madre era ossessionata da questa figlia, una figlia che poteva avere più o meno la mia età, ma che probabilmente si trattava di una semplice ossessione. Non esisteva, mi dissero all’assistenza sociale, una mia sorella pressoché coetanea, tantomeno una mia sorella gemella. Facemmo comunque delle ricerche: bastò andare all’anagrafe. Allora all’assistenza sociale esplorarono gli archivi, e dopo qualche giorno mi rassicurarono: questa mia sorella gemella viveva presso parenti, nel Minnesota. «Quali parenti?» domandai. Nessuno seppe dirmi niente. Nessuno seppe darmi un indirizzo. Nella cartella non c’era. Io non ho mai saputo di avere parenti nel Minnesota. D’altra parte, non so quasi niente di niente. Nella cartella c’erano tante informazioni, ma di mia sorella gemella c’era scritto solo: che mia madre la aveva mandata presso certi parenti, nel Minnesota. Così aveva detto lei, e tanto era bastato. L’informazione era stata inserita nella cartella. Allora tornai da mia madre e le domandai: «Dov’è mia sorella?». Lei mi disse: «È lì, nell’armadio». Un attimo prima non sapeva dove fosse; quando le feci la domanda, mi disse: «È lì, nell’armadio». Aprii l’armadio pensando che avrei trovato, forse, delle fotografie, dei vestiti, degli oggetti. Che cosa ho trovato nell’armadio, voi lo sapete. Che cosa è successo dentro di me, nella mia mente e nel mio cuore, quando ho aperto l’armadio e ho visto che cosa c’era dentro, signore e signori della giuria, non saprò mai raccontarlo.
Signore della giuria! Signori della giuria! Ciò che sto per dire si è formato lentamente nel mio cuore ed è stato accettato a stento dalla mia mente. Ciò che sto per dire è ciò che io credo. In ciò che sto per dire non vi è nessun calcolo procedurale, nessuna sottigliezza giudiziaria. Ciò che sto per dire, il mio avvocato – la persona che vi sta leggendo questo testo – lo condivide a stento. Vi prego, condividetelo!
Io vi invito a pensare che se mia madre ha conservato per vent’anni presso di sé, avvolto in una coperta e in un sacco di plastica, in un armadietto di metallo, il corpo di sua figlia, mia sorella, che lei stessa aveva uccisa, ciò è stato fatto per amore. Io, figlio di mia madre, fratello gemello di colei che è stata uccisa, credo fermamente che mia madre abbia conservato presso di sé il corpo di sua figlia, mia sorella gemella, per amore e solo per amore. Perciò questa donna, mia madre, che ha ucciso sua figlia, mia sorella, può ricevere la nostra pietà.
So che questa può essere una scelta impopolare. Nei giornali ho letto di tutto, ma in sostanza ho letto e sentito una cosa sola: che mia madre sarebbe stata da considerare una normale assassina, da punire con una punizione normale, se si fosse limitata a uccidere sua figlia, mia sorella; mentre, poiché dopo avere ucciso sua figlia, mia sorella, ne ha conservato il corpo per vent’anni, avvolto in una coperta e in un sacco di plastica, in un armadietto di metallo, va considerata una spaventosa assassina, da punire con una punizione spaventosa. Non un normale delitto vi è stato, secondo i giornali, ma un normale delitto seguito da un comportamento spaventoso. E se il normale delitto è ancora concepibile, il comportamento successivo è inconcepibile; e se il normale delitto va normalmente punito, lo spaventoso comportamento successivo va punito spaventosamente: va punito con una durezza superiore di dieci, cento, mille volte.
Questo è il paradosso: il primo fatto, l’uccisione di una persona, va punito normalmente, il secondo fatto, un atto d’amore verso questa persona, va punito spaventosamente. Questo secondo l’opinione pubblica, questo secondo i mezzi di comunicazione di massa, questo secondo le televisioni e i giornali e la chiacchiera dei bar. Questo, signore e signori della giuria, secondo tutti, tranne me.
Mia madre ha ucciso sua figlia, mia sorella. Perciò non la perdonerò mai. Ma ho pietà di lei, perché dopo avere ucciso sua figlia, mia sorella, ha compiuto un estremo atto d’amore. Non ha voluto staccarsi da lei. Ha conservato presso di sé il suo piccolo corpo. Non ha voluto liberarsi della colpa, ha tenuto la colpa presso di sé. Non ha voluto perdere la persona amata, ha tenuto la persona amata presso di sé.
L’obiezione è naturale. Mia madre, dicono tutti, non amava sua figlia, mia sorella: la prova è che l’ha uccisa. Io dico: mia madre amava sua figlia, mia sorella, e la prova è che ne ha conservato il piccolo corpo presso di sé, che non ha allontanato da sé la sua colpa, che non ha allontanato da sé la persona amata.
Signore e signori della giuria, io non ho niente da perdere e niente da guadagnare. Prima di incontrare mia madre, ero un uomo felice, con una piccola infelicità: l’infelicità di non conoscere la mia madre carnale, la mia vera madre. Oggi sono un uomo infelice, e tale resterò per sempre, con una piccola felicità: la felicità di pensare che mia madre ha amato sua figlia, mia sorella, l’ha amata tanto da decidere, dopo averla uccisa, di conservarne il piccolo corpo, per vent’anni, avvolto in una coperta e in un sacco di plastica, dentro un armadietto di metallo, e di portarlo con sé di trasloco in trasloco. Voi non potete immaginare, signore e signori della giuria, come questa coperta, questo sacco di plastica, questo armadietto di metallo, mi siano cari. Sono gli oggetti con i quali mia madre ha manifestato il suo amore, tardivo ma autentico, per sua figlia, mia sorella. Riponete la vostra indignazione, signore e signori della giuria. La persona che state ascoltando, cioè io, della quale state ascoltando la voce attraverso la voce di un’altra persona, il mio avvocato, è una persona che non intende rinunciare all’ultima felicità che le è rimasta: la felicità di pensare di essere stato amato, così come è stata amata mia sorella. Ho pietà verso mia madre, ho questa felicità. Non ho pietà verso mia madre, non ho questa felicità. Vi prego, signore e signori della giuria, abbiate pietà di mia madre. Vi prego, signore e signori della giuria, non negate, a un uomo distrutto dall’infelicità, l’estrema felicità.
Grazie.